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Emiliano Ceresi

C’è ancora voglia di Beckett. Intervista a Gabriele Frasca

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Vincitore del Nobel, fonte di ispirazione per tanti altri autori, Samuel Beckett è stato uno degli scrittori più importanti del Novecento. Eppure, solo oggi si comincia finalmente a dedicargli l’attenzione che merita. Una conversazione – ricca e divagante – con Gabriele Frasca, studioso e curatore del Meridiano dedicato allo scrittore, che arriva alla vigilia dell'uscita del biopic “Prima danza, poi pensa. Alla ricerca di Beckett”.

Mancava al novero dei prestigiosi Meridiani, ed era lacuna di quelle considerevoli, un volume dedicato a Samuel Beckett. Il premio Nobel irlandese è forse stato uno degli scrittori che, avendolo attraversato quasi nella sua interezza, si è più misurato con il Novecento.

Lo ha fatto concependo opere ambiziose perché sperimentali con ogni mezzo, in grado di recepire tutti i dispositivi tecnologici del suo tempo (televisione, radio, teatro, cinema, persino videogiochi) sfruttandoli per congegnare ad arte trappole sempre mutevoli in cui braccare il suo pubblico.

Garbiele Frasca, curatore di questo nuovo Meridiano, studioso, traduttore, poeta, dal suo primo incontro con la pagina di Beckett, non ha mai  smesso di cadere nelle trappole tese dall’autore di Murphy. Del resto, il saggio che Frasca gli ha dedicato, Cascando, rende conto con il titolo-gerundivo, di un processo iterativo ancora in corso, un inciampo forse inarrestabile.

Lo raggiungo un pomeriggio via Skype per una conversazione lunga e densa di aneddoti, spesso sorprendenti perché riferiti a un autore enorme con altrettante ombre. La connessione talvolta ha vacillato a restare fermo c’era però sempre lo sguardo perplesso di Beckett che mi fissava dal ritratto alle spalle di Frasca, sporgendosi da uno scaffale della libreria.

Poche pagine letterarie mi sono parse autenticamente emozionanti come quelle che Alain Badiou dedica al racconto del suo incontro con l’opera di Beckett – quando, scrive, era ancora un “giovane cretino”. Partirei da qui: come è avvenuto il tuo incontro con l’opera di Samuel Beckett?

È stato un libro, e questo ci dà da subito la possibilità di affrontare il rapporto tra Samuel Beckett e l’editoria. Entrai in collisione con Beckett il giorno del mio quindicesimo compleanno quando mi fu regalato un cofanetto di Oscar Mondadori, quindi quei libri che ci possiamo permettere giustamente quando siamo giovani, ideati da Vittorio Sereni, e che per la mia formazione hanno ricoperto una funzione fondamentale.

Il cofanetto era stato pensato per presentare al pubblico italiano le novità che provenivano dal teatro. C’era un volumetto per Ionesco, uno per Beckett e un terzo, non per Pinter come forse era più prevedibile, ma per John Osborne. Io li lessi avidamente tutti, ma a folgorarmi fu Beckett. E infatti la prima cosa che feci fu comprare tutto ciò che di suo trovavo sugli scaffali.

Acquistai subito un altro cofanetto dove c’erano i tre romanzi in francese e poi trovai presto, fortunatamente, il romanzo che segnò il definitivo innamoramento, Watt. A pubblicarlo era stata la SugarCo, meritevole casa editrice milanese che si faceva vanto di proporre Beckett, seppure consapevoli che non sarebbe stato un successo commerciale. Scrivevano in copertina qualcosa come: “Noi sappiamo che non venderà, ma siamo onorati di pubblicare Samuel Beckett”.

Era ben prima che fosse insignito del Nobel. Con grande passione, e soprattutto lungimiranza, le piccole case editrici coglievano quello che si lasciavano sfuggire le grandi. Arriva solo in un secondo momento la grande editrice che sposa Beckett e lo fa un suo autore: Einaudi. 

E l’incontro fuori dai libri, invece? C’è una lettera in cui Beckett ti paragona persino a Belacqua, il personaggio del Purgatorio dantesco che ispira la sua visione dello scrittore.

Ho avuto una breve corrispondenza con Beckett, assolutamente casuale. Avvenne in adolescenza quando cominciavo finalmente, come avrebbe detto lo scrittore Antonio Pizzuto, a “toscaneggiare in qualche lingua”, cioè a leggere non soltanto in italiano. 

E il mio primo desiderio consisteva nel leggere in inglese Watt – solo che non riuscivo a reperirlo in nessun modo. Non c’erano ancora né Libraccio né Amazon. I libri stranieri o li compravi direttamente sul posto o c’erano delle librerie specializzate in poche città, e con una selezione esigua in lingua originale.

Io poi avevo notizia che Watt non fosse mai più stato ripubblicato da quella prima fatidica uscita per l’Olimpia Press, fra il ʼ54 e ʼ55. Ostinato scrissi all’editore francese di Beckett, Jérôme Lindon, per chiedergli se mi sapeva dare qualche dritta su dove reperirlo. Senonché a rispondermi fu Beckett in persona che mi fece spedire il libro, che aveva ripubblicato da poco per sua volontà.

Questo il mio  ricordo di Beckett: quello di una persona di una gentilezza stratosferica. Arriva ‘sto ragazzino, perché tale ero all’epoca, senza arte né parte, che semplicemente scrive dall’Italia perché non trova un libro – e in cambio gli arriva una copia con tanto di cartoncino firmato da Beckett che addirittura lo ringrazia per l’interesse. 

Da quel momento inizia un piccolo carteggio tra di noi, ma io ero ben consapevole di quanto fosse impegnato Beckett e, soprattutto, mi premeva molto più che continuasse a scrivere le sue opere più che al mio indirizzo. Si tratta di non più di un paio di lettere all’anno che vertevano perlopiù sul mio lavoro su di lui che nel frattempo cominciava a prendere forma (saggi accademici, soprattutto). Ha fatto persino in tempo a vedere la mia prima monografia a lui dedicata (Cascando, nel lontanissimo ’88).

Ma in quell’occasione non fu lui a rispondermi, ma Lindon che mi scrisse Beckett era molto malato, che si scusava, e che gli aveva chiesto a sua volta (una persona di una cortesia infinita!) di rispondere che era molto contento del lavoro che portavo avanti su di lui.

Conservo il ricordo di una persona di un’enorme generosità, che si è presa anche la briga di leggersi qualcosa di mio – gli mandai anche il mio primo libro di versi – povero disgraziato si dovette subire pure questo! (ride). E mi rispose non per cortesia ma perché l’italiano lo leggeva, anzi, più lo stanavi sull’italiano e più lo rendevi  felice. Col francese era gioco fatto. Col tedesco pure.

Ma Beckett avrebbe rivisto pure le traduzioni italiane, se solo Einaudi gliele avesse sottoposte. Einaudi non ebbe questa idea. È un peccato. Le prime traduzioni di Fruttero & Lucentini avrebbero avuto così la sua approvazione –  e non sarebbe stato male anche perché lui se ne lamentava un po’. Certo, era ancora un signor nessuno, non era solo colpa di Einaudi. Col Nobel, magari, ci avrebbero rivolto un pensierino. 

Da quello che ricordi mi pare che tu abbia conosciuto il Beckett che, come scrive in una sua lettera, decise di aprirsi agli altri dopo la crisi della giovinezza.

Beckett non era un uomo chiuso in sé. Era uno che si sottraeva ai giornalisti, questo sì. Era un uomo molto compagnevole, per usare una delle sue parole. Di lui sua moglie diceva che “generava amici come le cagne generano cuccioli”. Faceva amicizia in continuazione. E li vedeva tutti. Aveva amici americani, tedeschi, francesi, irlandesi. Li incontrava di continuo. Se qualcuno di loro passava a Parigi e gli mandava un bigliettino faceva in modo di incontrarlo, qualsiasi fosse la mole dei suoi impegni. 

Mangiava in maniera frugale, abitudine che gli era rimasta dalla guerra, ma gli piaceva parecchio bere. E specie con gli amici irlandesi, che lui adorava, e che mantenevano un tasso alcolemico notevole, McGreevey su tutti.

Ecco, con questi signori andava nelle sue brasserie preferite e tornava a notte fonda. Non dico a quattro zampe come Dylan Thomas, ma quasi…

Compagnevole con gli amici ma anche agguerrito con gli avversari. Di T.S. Eliot in una lettera a McGreevey nota che, letto al contrario, il suo cognome diventa “Toilet”. Bertold Brecht addirittura avrebbe voluto scrivere un anti-Aspettando Godot per sfidarlo… 

Compagnevole nel senso che frequentava le persone care e che molte persone gli erano care. I giornalisti li evitava come la peste. Ma per esempio un suo amico, Peter Lennon che era redattore al «Guardian», l’ha frequentato tutta la vita. E solo alla sua morte Lennon ha scritto un libro ricordando gli anni a Parigi, Paris in the Sixties.

Non è che odiasse i giornalisti. Detestava apparire sui giornali, le interviste, le incombenze promozionali. Mentre amava frequentare le persone. Aveva anche presente quali erano i suoi nemici, certo. Eliot gli stava antipatico: lo sentiva troppo professorale. In parte, forse, qualcosa dell’Eliot-chierico sapienziale l’aveva intesa. Altri li amava alla  follia. Basti pensare all’amicizia che ha avuto con Harold Pinter, che considerava quasi un figlio.  

C’è una bellissima lettera su Salinger…

Lo amava. E aveva simpatia, anche se non esce fuori, per Anthony Burgess. Di queste cose non si si sa molto perché conosciamo pochissimo dell’epistolario con Barbara Bray.

Dal momento che la questione è spinosa per ragioni intime, purtroppo, abbiamo solo poche lettere della loro corrispondenza. E Bray era un’intellettuale che aveva rapporti notevoli, per esempio con Joseph Losey, con cui collaborava. O con i cineasti francesi. C’è un intero emisfero che non conosciamo del mondo-Beckett: siamo lontani dall’aver risolto l’enigma. Sappiamo troppo poco anche dei suoi amici francesi. Possibile che Beckett e Deleuze, che pubblicavano per lo stesso editore non si siano mai incontrati? Con il filosofo che per giunta lo venerava? Eppure, nella biografia di Knowlson, Deleuze non appare.

“Era un uomo molto compagnevole, per usare una delle sue parole. Di lui sua moglie diceva che ‘generava amici come le cagne generano cuccioli’. Faceva amicizia in continuazione”.

Knowlson fa trapelare anche che i rapporti con Adorno non fossero armonici…

Dissento. Erano caldissimi. Basta leggere i diari di Adorno e le lettere che Beckett spediva ai filosofi. E Barbara Bray, interpellata sulla questione, affermava: “leggeva Adorno e lo ammirava”. Restano diversi strati che non conosciamo.

Tra questi, particolarmente caro gli era l’amico-maestro James Joyce, che condiziona il suo esordio. Nell’introduzione al Meridiano scrivi che le prime opere di Beckett addirittura “puzzano di Joyce”. Finisce poi per superarlo, a “rivoltarlo come un guanto”, con la televisione e andando oltre la letteratura. Eppure Joyce torna sul finale, col Finnegans Wake. Non è mai davvero riuscito a liberarsi da quell’influenza?

Io presumo che lui non volesse liberarsene. Voleva distinguersi da Joyce, ma liberarsene no, perché adorava Joyce. Gli voleva bene come autore e ancora di più come uomo. Si scambiavano persino i cappotti.

Quello straziante rappresentazione dell’Ohio Impromptu dove ci sono quei due: uno che legge, l’altro che ascolta. 

Ha avuto un’ossessione per una vita per Joyce al punto tale che, se è vera la notizia che ci riporta Jack MacGowran, Beckett è stato tentato di non andare a ritirare il Nobel, nel suo caso non per affatto i motivi politici, come invece Sartre. Per lui era inconcepibile che Joyce non lo avesse vinto. Di sé davvero pensava: “Chi sono io per ritirarlo se Joyce non ne è stato insignito?”

Provava sentimenti enormi per Joyce – fino all’ultimo dei suoi giorni. Quando era in casa di riposo e Knowlson, andava a intervistarlo, continuava a rivedere i suoi capolavori. Beckett doveva tutto a Joyce: se non lo avesse incontrato sarebbe stato un accademico. Grazie a lui capì che se impiegava la stessa capacità che aveva nello studio per scrivere sarebbe potuto diventare invece un autore della sua grandezza.

E d’altronde è Beckett è uno di quegli scrittori che studiano di continuo, si aggiornano, si documentano…

Si è sempre documentato. Non è di quelli che scriveva sorgivo perché ha il romanzetto che gli deve uscire “dal petto,” come recitava un vecchio titolo di un guitto. E tantomeno avvertiva la letteratura come una specie di ispirazione che proviene dall’interno, come fosse una gastrite. Beckett era consapevole che per poter scrivere occorre studiare. E che anzi, fare letteratura è più complesso o richiede più impegno, di un saggio. 

E perché, nonostante questo affetto di cui sono persuaso, i due si chiamavano per cognome nelle lettere? Era un gioco ironico? O una reciproca misura di rispetto?

Attenzione, non si sono mai chiamati Mr. Beckett e Mr. Joyce. Si sono chiamati Beckett e Joyce come si chiamavano, all’epoca, i compagni di scuola. Anche a me mi chiamavano Frasca alle elementari: pochi amici arrivavano alla confidenza di un Gabriele (ride). Abbiamo dimenticato questo aspetto delle nostre vite. C’era una differenza d’età che impediva forse di chiamarsi Jim e Sam, ma ci sarebbero arrivati. Joyce non chiamava nessuno per cognome: diceva sempre Mr. o Miss. qualcosa. Nel caso di Beckett lo chiamava Beckett e si faceva dare del Joyce: non è poco.

È vero, la sua non è una scrittura sorgiva, ma c’è un periodo, che in una lettera descrive come di “chiusura nella stanza”, in cui l’opera di Beckett erompe, ti cito, come “una colata” – scrittura e temperatura sono notevolissime, e su più tavoli mediali.

Giusto, ma le due cose a ben vedere non sono in contraddizione. Il lavoro va fatto prima. Da poco sono stati pubblicati gli appunti che Beckett ha preso sulla filosofia soprattutto in gioventù ed è un volume monstre, di pagine e pagine fittissime. Esiste un volume analogo, al momento inedito, sulla psicanalisi. Beckett prendeva appunti febbrili, su tutto. Uno potrebbe dire: e che se ne faceva della filosofia? E della psicanalisi? Apparentemente nulla. Nulla?

I libri  escono con furia dalla sua penna uno in fila all’altro, come giustamente ricordi, ma sono intrisi degli umori dei suoi studi. Beckett non ha bisogno di leggere perché lo ha già fatto. E ha continuato, nel corso della sua vita, a leggere tantissimo. Come continuamente compulsava i suoi grandi autori: Dante, Shakespeare, Goethe. Oltre a essere curioso di tutto. Si incuriosì persino della genetica e iniziò una corrispondenza con uno scienziato. 

La grandezza di uno scrittore consiste nel non far avvertire tutta questa fatica: non è che quando ti metti all’opera mostri i muscoli. O meglio: lo fai quando sei giovane. Se uno legge Murphy si rende conto che ogni tanto il giovane Beckett, in effetti, lo flette il braccio.

Ma da un certo punto in poi smette. Già Watt, che è il romanzo successivo, ed è l’opera di un positivista logico (ambito su cui Beckett conosceva tutta la sterminata letteratura pubblicata) sembrerebbe un romanzo apparentemente privo di citazioni. Invece ne è pieno. 

Adorno, in quel dibattito televisivo su Beckett che hai ripubblicato nel Nulla positivo, afferma che nelle opere d’arte che sono tali c’è una sola interpretazione errata, quella univoca. Se bastasse, come in un gioco indiziario, riconoscerne gli intertesti o tradurne le allegorie, Beckett non sarebbe del resto il grande autore che invece è. 

Perché secondo te, come Franz Kafka per certi versi, Beckett è uno scrittore che piace ai filosofi? Adorno, ma anche Deleuze che citavi prima, e che per primo forse coglie il notevole rilievo che spetta alla televisione nell’opera beckettiana. Mi permetto di aggiungere che questo rilievo spicca nel tuo Meridiano.

Tutti i filosofi che citi sono, tra l’altro, decisamente particolari, pensatori obliqui. Adorno si sporca con la sociologia ed è vicino alle interpretazioni mediologiche; la stessa cosa fa Deleuze, che era appena reduce da quei due straordinari volumi sul cinema dove Beckett, non a caso, è continuamente evocato. Deleuze introduce poi una raccolta di opere televisive che gli offre la scorta per scrivere uno straordinario saggio beckettiano, L’épuisé.

Poi tu hai iniziato citando Badiou – ed è un altro pensatore molto interessante, insomma.

Si capisce, Beckett riesce a toccare la fantasia di chi è incline alla speculazione. Detto questo, può essere apprezzato da qualsiasi lettore. Se il lettore comprende che da Beckett gli viene chiesto di interpretare quell’opera: di vestirne i panni, di interagire: gode con lui molto più che con qualsiasi altro scrittore. Deve accorgersi però che il personaggio nasce a metà dall’autore ma, per l’altra parte, serve il suo apporto.

“Provava sentimenti enormi per Joyce – fino all’ultimo dei suoi giorni. Quando era in casa di riposo e Knowlson, andava a intervistarlo, continuava a rivedere i suoi capolavori”.

Intorno all’idea di tirare il pubblico all’interno, nell’introduzione osservi che per Beckett la televisione è come Videodrome di Cronemberg, un mezzo insieme elettrico e organico da cui lo spettatore rischia di essere risucchiato. Pochi giorni fa, Andrea Cortellessa ipotizzava come Beckett potesse aver influenzato certa imagery cronemberghiana: siamo davvero alla letteratura del “reticolo mediale”, per citarti…

Gli spettatori e i lettori di Beckett non hanno angolo di immunità. Quello stesso angolo di immunità cui anela Buster Keaton inseguito dalla telecamera, che altro non è che l’occhio persecutorio di Beckett.

Telecamera che è lo sguardo dello spettatore: siamo noi a inseguirlo.

Giusto. Non c’è scampo e quindi meglio finirci dentro: almeno sei consapevole che devi essere tu a interpretare, o magari a inseguire. Anche da spettatori si è in scena. E come gli attori di Beckett sanno, una volta che hai addosso il personaggio di Beckett, è come se ti si incistasse nella pelle. Lo hanno ammesso tutti i suoi attori: da Bille Whitelaw a Jack McGowan. Ogni attore beckettiano sa che non puoi interpretare una sua opera senza restarne infettato. Lo stesso vale per lo spettatore e per il lettore. Lo spettatore crede di essere al sicuro sulla poltrona. Non lo è per niente.

Pensiamo al Trio degli spiriti (Ghost trio). Si comincia con  una voce-off, acusmatica, che bisbiglia dallo schermo “questa è una voce bassa” – in un’epoca in cui non esisteva il telecomando. Lo spettatore faceva per alzarsi, verso la manopola del televisore, e si sentiva intimare di là dallo schermo: “Ma non alzare il volume!”. È stanare lo spettatore televisivo, questo. A me pare incredibile. Non conosco altri che sono stati in grado di fare operazioni simili.

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Giorgio Manganelli, che è stato molto influenzato dall’opera di Beckett, scriveva, recensendone le poesie che “Beckett ha qualcosa da dire: inizio rovinoso per uno scrittore”. È però arduo comprendere “cosa abbia da dire Beckett” visto che, giustamente, ha rifuggito qualsiasi interpretazione che di lui veniva avanzata…

Ritengo che Manganelli, paradossalmente, avesse ragione. Manganelli, che aveva molte meno cose da dire di Beckett, ha riconosciuto in Beckett un’urgenza. E del resto per me Beckett è il contrario del gioco. Perec è agli antipodi. L’OuLiPo? È il nemico.

Dunque anche la combinatoria manganelliana e i racconti potenziali di Centuria non le avrebbe gradite…

Ogni gioco formalista. Beckett è contenuto puro. Anche se da regista consumato sa benissimo che il romanzo si veicola con la forma. Pensiamo al lavoro che fa per Com’è. La prima cosa che si chiede è: “Come lo metto in forma?” Aveva iniziato a scriverlo in maniera tradizionale poi ha iniziato a spezzettarlo, ricomporlo, ricongegnarlo: a mettere a punto, cioè, una macchina che potesse intrappolare il suo bravo lettore.

Ma Beckett vuole acchiapparlo perché ha qualcosa da dirgli. Altrimenti, Aspettando Godot non avrebbe avuto quella fortuna che così tanto gli ha arriso. La fortuna è che quell’opera parla a tutti. E infatti tutti ci hanno visto un motivo dell’attesa. La comprensione, del dettato beckettiano, in fondo, è immediata, semplice. I suoi contenuti arrivano per questo. Sul livello dell’interpretazione possiamo restare in bilico – e per questo legittimamente affermava di non volere interpretazioni. Per lui contava  il significato letterale. Consapevole che poi il significato letterale, almeno  apparentemente, è univoco. 

Nel ritratto, incastonato in Ritratti e immagini, che di lui fa Alberto Arbasino, Beckett è un autore completamente concentrato sul lavoro con gli attori, sui sospiri, i movimenti, al punto da non curarsi dello scrittore che gli siede accanto.

Nell’introduzione riporti un episodio quasi kubrickiano in cui Beckett costringe la sua troupe a una performance oltremodo dolorosa…

Quel ritratto risponde perfettamente al suo livello di immersione nel lavoro. In Eh Joe, il primo dei suoi videodrammi, per venticinque minuti di performance Beckett li costringeva a battere le ciglia il minor numero di volte possibile. Impossibile che il pensiero non corra ad Arancia Meccanica e alla “cura Ludovico”.

In un’altra occasione Billie Whitelaw, siccome Beckett gli chiese una prestazione analoga, per quanto fosse piccola gli chiese sarcastica: “Sam, ma hai scritto qualcosa per gli attori che non li facesse soffrire?” Naturalmente Beckett chiedeva l’impossibile.

Immagina cosa doveva essere recitare per un’intera pièce seppelliti sotto una montagnola. Uno potrebbe dar di matto per molto meno. Solo questo sforzo è già terribile. Tra l’altro la stessa pièce prevede che la luce sia a giorno – e dunque tutti i riflettori sono orientati sulla povera attrice che, intanto, si scioglie. È chiaro che per ottenere un tale impatto sugli spettatori erano necessari anche questo genere di pensate. Lo spettatore che è andato  a vedere Giorni Felici, immaginando di vedere una commedia borghese, torna a casa con gli occhi sgranati. Ha visto un’opera di luce stordente puntata su una povera crista (quasi) seppellita viva. 

Questo è il suo versante avanguardista, sembra quasi teatro della crudeltà à la Artaud…

Il palcoscenico nelle opere beckettiane ha la sensibilità di una pianta carnivora. Ti ingloba. Quella sofferenza imposta all’attore è il modo di far uscire il personaggio – ecco perché i suoi personaggi sono così vividi. L’attore, tormentato e torturato, si incarna nel personaggio.

Beckett in effetti ha fatto in tempo a incontrare Artaud e a sapere cos’era davvero il teatro dell’epoca. Il primo regista che ha lavorato con Beckett, ovvero Roger Blain, era anche grande amico di Artaud: lo ha frequentato fino agli ultimi giorni di vita, in manicomio. Qualcosa di quel teatro estremo che pretendeva tanto, troppo, persino la vita stessa dagli attori, era finito anche in Beckett.

“Immagina cosa doveva essere recitare per un’intera pièce seppelliti sotto una montagnola. Uno potrebbe dar di matto per molto meno”.

Accanto a questo, l’attore per Beckett era anche Buster Keaton un mimo, una performer da gag – una presenza forse più dinamica di quanto si è soliti pensare. Gianni Celati, in Finzioni occidentali coglieva proprio questo del comico di Beckett – e la prima produzione di Celati, di fatto, si muove attorno a questo tipo di figure espulse che vagano solitarie per la città. Non solo attese immobili e purgatoriali, insomma.

Sono completamente d’accordo sul dinamismo, davvero decisivo per Beckett. Nel 1936 quando tutti gli editori gli rifiutavano Murphy, Beckett vagheggia di fuggirsene a Mosca per diventare assistente alla regia di Eisenstein. 

Nel frattempo, non ha fatto altro che leggere i saggi di Eisenstein e studiare le avanguardie, libri sul cinema sovietico.

Anche nel corso degli anni, non ha mai smesso di andare al cinema, una passione totale per la slapstick-comedy, Chaplin, Keaton, I Fratelli Marx. Stanlio e Ollio è una pseudo-coppia archetipica a cui guardava spesso per i suoi personaggi. 

Ma oltre a questo cinema americano comico, lui amava moltissimo il cinema d’autore. In prima fila i sovietici che hanno girato forse negli anni Trenta  il cinema più interessante, come pure si è nutrito dell’espressionismo tedesco, dello sperimentalismo fr

Emiliano Ceresi

Emiliano Ceresi è ricercatore universitario, editor e autore di Lucy.

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