Dopo cantieri, ritardi e disagi, i romani sperano di poter vivere un città più accogliente, sostenibile e inclusiva. Senza un progetto politico forte, però, i vantaggi economici del Giubileo rischiano di andare solo alla rendita, e ai soliti grandi investitori.
I miei ricordi d’infanzia sono legati al tragitto del 716, quelli dell’adolescenza al 23, ma il 64 dominava le conversazioni degli amici stranieri dei miei genitori. “Hanno spostato la fermata”, diceva uno. “Ma il 64 non ha mai fermato lì”, rispondeva un’altra. Ogni volta la stessa storia per giustificare ritardi e malumori. Mia madre girava gli occhi al cielo, salvo iniziare anche lei, negli ultimi anni, a tediarmi con resoconti dettagliati di tragitti infiniti. “Due ore, due, per andare al San Giovanni!”. L’ospedale è a dieci minuti da casa in automobile. Quella volta per tornare aveva chiamato un taxi, che miracolosamente era arrivato, ma saputo l’indirizzo di casa il tassista si era messo a gridare: “Io non ci vado! In centro non ci vadooo!”.
Il centro di Roma, oggi, è un inferno di automobili, turisti e cantieri. Si rifanno piazze, strade, marciapiedi, piste ciclabili, rotaie, parcheggi, stazioni della metropolitana. La città si prepara al Giubileo della Chiesa Cattolica per cui si prevede l’arrivo di 35 milioni di pellegrini. Tra fondi giubilari, fondi Pnrr e altri finanziamenti, Roma ha a disposizione oltre cinque miliardi di euro per gli interventi connessi al grande evento, che includono un po’ di tutto: ci sono fondi per l’ordine pubblico e la sicurezza, per potenziare la mobilità, fondi per il volontariato e la logistica, fondi per grandi eventi turistici, fondi per il sistema sanitario, fondi per l’accoglienza di pellegrini. Per anni non si è fatto nulla, non sono stati programmati investimenti interventi importanti per la mobilità, per gli ospedali, per le scuole, non è stata fatta la manutenzione delle metropolitane, non si sono inaugurate nuove linee di tram, non si è risolto il nodo dei rifiuti, non è stato fatto nulla per l’emergenza abitativa e adesso bisogna fare tutto subito, di corsa, in maniera bulimica, straordinaria, emergenziale, perché c’è il Giubileo.
La città non regge, collassa, va in tilt e si blocca. Mia madre ha iniziato a mandarmi dei video. In uno si vede Piazza Venezia piena di automobili ferme con i motori accesi. Quel giorno, è scesa dall’autobus ed è tornata a casa a piedi. Dopo altri tentativi e altrettanti racconti sui tempi di attesa del 170, ha annullato l’iscrizione all’università della terza età dove seguiva un corso di storia antica. “Non riesco ad arrivarci” mi ha detto. È a tre fermate di autobus. Ma non riesce ad arrivarci. Dovrebbe andare a piedi, ma alla sua età, con un tragitto in salita, non è possibile. È così che gli anziani si spengono, penso. Da soli, confinati dentro casa, nel centro storico di Roma. E nel centro di Roma sono quasi tutti anziani. E ricchi. Gli altri, quelli come me, se ne sono andati da un pezzo.
Il sindaco gira sorridente inaugurando opere e postando video sui social, ma i romani sono stanchi. Per le persone normali, quelle che lavorano, che si spostano sui mezzi pubblici o che trascorrono due ore al giorno in automobile, il Giubileo è solo fonte di enormi disagi che si sommano a quelli ordinari. “Aho io c’ho ‘r pesce” grida una signora, con i sacchetti del mercato, all’autista del 3 che è sceso e si è acceso una sigaretta. Le linee dei tram sono regolarmente sostituite da autobus a causa dei cantieri per rifare le rotaie – da anni. Ora non si capisce perché a metà del percorso dobbiamo fermarci per una pausa sigaretta. Roma è sempre un mistero. Ma va bene, penso: come in tutte le città del Sud l’umanità gioca un ruolo centrale nel compensare l’inefficienza del sistema. Un modo si trova sempre, poetico e imprevisto ed è questo che amo di Roma. Udita la signora, il giovane autista sorride, getta la sigaretta e rimette in moto il bus.
“La città non regge, collassa, va in tilt e si blocca. Mia madre ha iniziato a mandarmi dei video. In uno si vede Piazza Venezia piena di automobili ferme con i motori accesi. Quel giorno, è scesa dall’autobus ed è tornata a casa a piedi”.
Finora la politica non è riuscita a colmare il divario tra rappresentazione e realtà. Roma si pensa una moderna capitale europea, poi però ti ritrovi ad aspettare venti minuti la metropolitana. Questa inefficienza ci ha a lungo protetti dalle mire speculative che rendono le città davvero invivibili: gli interessi privati, quelli che si muovono in virtù della remunerazione del capitale, esigono un’amministrazione efficiente e ‘tempi certi’; anche se questo non significa più servizi pubblici e una città più vivibile per tutti: l’efficienza che chiedono i privati è di un altro tipo, significa deregolamentazione urbanistica per aumentare i profitti. E la Capitale non aveva finora garantito le condizioni necessarie per il salto di scala nei processi di speculazione sulla rendita urbana. Roma non è Milano. Di qui il grande topos che permea la narrazione di Roma, entrato nella comunicazione istituzionale a partire dai rapporti immobiliari: il grande potenziale della città (nell’attrazione di investimenti immobiliari, s’intende) a cui non corrispondono mai risultati effettivi. Adesso, però, tutto questo potrebbe cambiare.
Una nuova vita
A maggio 2023 la società di consulenza Jll pubblicava un rapporto sul settore immobiliare a Roma. Citava naturalmente “l’indiscutibile e ampiamente riconosciuto potenziale di Roma” ma i deludenti “risultati effettivi”. Ma con l’ottimismo dei rapporti immobiliari, stimava una crescita del mercato immobiliare nei prossimi anni grazie a uno “spostamento della domanda di immobili, grandi eventi e investimenti pubblici previsti per il prossimo decennio”.
Da sempre la rendita, il valore di scambio per l’uso dei suoli, decide la forma della città. I prezzi delle case contengono e rappresentano il valore del suolo – estratto, catturato e incamerato attraverso l’attività edilizia. Ma questo è prodotto dalla ‘domanda’ di città: è la concentrazione di persone, attività economiche, commerciali, culturali e sociali che produce valore; sono i servizi e le infrastrutture pubbliche, i trasporti, gli ospedali, le scuole, i parchi, le biblioteche, i musei e i teatri, insomma tutto ciò che distingue una città da un semplice aggregato di case, sono il paesaggio, i monumenti, i beni culturali; è la storia, l’identità culturale di una città, le espressioni artistiche, che generano valore. Parliamo insomma di un valore collettivo, socialmente generato nel tempo, perlopiù pagato con fondi pubblici. Dunque è più che ragionevole tassare il plusvalore privato per migliorare i servizi collettivi. Ma questo in Italia non avviene ed è il motivo per cui non funziona niente ma le case costano tantissimo.
A dicembre un appartamento in Piazza di Spagna è stato venduto alla cifra record di 45mila euro al metro quadro. “Ci ha stupito molto che non sia stato qualche straniero a interessarsi, perché solitamente lavoriamo direttamente con gli Stati Uniti e a questi livelli le compravendite riguardano americani, francesi e russi” ha detto il titolare dell’agenzia immobiliare a «Roma Today».
L’aver convinto milioni di italiani della possibilità di partecipare al banchetto della rendita, piuttosto che regolarne la formazione per abbassare i prezzi delle case, è stato, a suo modo, un capolavoro. La proprietà della casa è diventata un salvagente individuale nel vuoto delle politiche sociali. Ma è durato poco, il tempo di un paio di generazioni, fino a quella dei nostri genitori, dei ceti medi con il posto fisso, la tredicesima e la liquidazione. Dagli anni Novanta la rendita ha assunto sempre più peso nell’economia, i salari si sono fermati, mentre il costo delle case è continuato a crescere. Non è un caso se negli ultimi quarant’anni la popolazione nei quartieri storici di Roma si è dimezzata e quella del territorio circostante è raddoppiata: due terzi dei residenti di Roma abitano intorno e oltre il raccordo anulare. Ma le aree accessibili per costi abitativi non sono servite dai i mezzi pubblici, quindi Roma è al primo posto in Italia per tasso di motorizzazione, e la durata media di uno spostamento su un mezzo pubblico nell’area metropolitana è di 51 minuti.
La crescita del mercato immobiliare ha per ora prodotto un’economia coloniale, l’impoverimento della città pubblica, costi delle case più alti, più pendolarismo, più traffico, servizi inefficienti, città brutte e più disuguaglianze sociali. La città è diventata una macchina usata per accrescere ricchezze private, ha scritto l’urbanista Edoardo Salzano. E per accrescere le ricchezze private i ricchi chiedono è ‘semplificare’ l’urbanistica, il principale strumento di garanzia dei diritti della parte più povera della popolazione.
Secondo la società Jll la principale richiesta dei potenziali investitori a Roma era la ‘facilitazione del cambio di destinazione d’uso’. Le destinazioni d’uso, che possono essere urbanistiche ed edilizie, sono decise dai piani regolatori e hanno degli effetti sul diritto di proprietà, perché stabiliscono cosa si può e non si può fare, classificando un oggetto edilizio per contestualizzarlo in un insieme. A differenza delle città industriali dell’Inghilterra dell’Ottocento, non è più possibile costruire case attaccate alle fabbriche. La città della rendita, al contrario, frantuma il contesto con edifici autoreferenziali e arroganti come i grattacieli di Milano spuntati senza passare per gli uffici comunali. Il decreto ‘Salva Casa’ di Salvini ha semplificato i passaggi tra categorie d’uso, confermando in ogni caso “la possibilità per gli strumenti urbanistici comunali di fissare specifiche condizioni”. Il ‘Salva Milano’ renderebbe la deregolamentazione urbanistica norma nazionale: si potranno costruire case senza un piano e i servizi necessari – però ehi, facciamo la ‘città dei 15 minuti’. E mentre i prezzi delle case e le inchieste giudiziarie rivelano i costi e i danni erariali del modello Milano, Roma fa di tutto per imitarlo.
La nuova Milano
“La narrazione del grande potenziale di Roma, che potrebbe superare Milano negli investimenti immobiliari, è stata una delle basi della discussione dell’aggiornamento delle le ‘norme tecniche di attuazione’ del Piano regolatore”, mi spiega Valerio Valeri di «Roma Today». Le norme tecniche sono le regole che stabiliscono i diritti e i doveri della proprietà immobiliare in funzione delle trasformazioni edilizie ed urbanistiche della città e del territorio. Le modifiche approvate non sono ancora state pubblicate, ma un comunicato sul sito del Comune informa delle principali novità, tra cui la semplificazione dei cambi di destinazione. Adesso, spiega nel comunicato il sindaco Roberto Gualtieri, “sarà possibile garantire tempi certi all’attuazione degli interventi in modo da incentivare l’interesse degli investitori e mantenere la regia pubblica delle trasformazioni urbane”. E aggiunge: “Roma deve essere pienamente cosciente delle sue potenzialità”.
Nel 2022 il Comune ha recepito la legge regionale sulla rigenerazione urbana, approvata nel 2017 e criticata da molti (tra cui i precedenti assessori all’urbanistica) perché consente di demolire e ricostruire edifici, come villini storici, senza un passaggio in Comune, con aumenti di cubatura per soddisfare le potenzialità edilizie dei privati. Poi è stata la volta delle norme tecniche del Piano regolatore. Gli obiettivi delle modifiche, mi spiega Valeri, sono la semplificazione burocratica e la promozione degli investimenti privati, “esplicitamente richiamati dall’assessore quando ha presentato la delibera a giugno 2023”. L’assessore all’urbanistica Maurizio Veloccia ha promesso un “piano regolatore flessibile”.
La prima versione del testo delle norme modificate sembrava essere stata scritta direttamente dai costruttori. La fase di elaborazione delle proposte di modifica è avvenuta senza il dibattito pubblico previsto per legge. Se il dibattito pubblico c’è stato è stato grazie all’allarme lanciato dai cittadini. Una delle modifiche proposte avrebbe infatti privato il Comune della possibilità di limitare gli affitti brevi turistici, con l’inserimento nella categoria ‘residenziale’ anche di “bed and breakfast, affittacamere, case per vacanza”. Dopo aver pressato l’amministrazione, il Gruppo Romano per la Regolamentazione degli Affitti Brevi (Grorab), insieme all’associazione Roma Ricerca Roma hanno ottenuto che nella destinazione urbanistica ‘residenziale’ sia introdotta una sottocategoria turistico-ricettiva, che include le attività extra alberghiere. Queste dovrebbero essere poi disciplinate da un nuovo regolamento sugli affitti brevi. Ma questo regolamento arriverà? Il Comune avrebbe potuto limitare gli affitti brevi intervenendo direttamente sulle norme del piano relative alle destinazioni d’uso, senza rimandare a un nuovo regolamento ma vietando alcune funzioni turistiche, così come sono vietate quelle industriali o agro-alimentari.
Ma la direzione scelta è un’altra: ridurre i limiti esistenti senza introdurne nuovi. Il tessuto commerciale del centro potrebbe essere stravolto con l’accorpamento di locali e l’aumento delle superfici di spazi commerciali fino a mille metri quadri, che “spalanca le porte alla proliferazione dei centri commerciali e locali di ristorazione di massa nel cuore della città” scrive Anna Maria Bianchi. Altre modifiche, nella prima versione di proposte, erano molto preoccupanti. Per esempio “la possibilità di demolizione interna con il mantenimento della facciata di palazzi storici nei tessuti medievali e rinascimentali, che di fatto significherebbe la perdita del patrimonio storico e architettonico” riassume Valerio Valeri. Tra le modiche approvate, è stato eliminato il limite alle dimensioni degli hotel, di cui il centro è pieno e di cui si prevedono decine di nuove aperture. Insomma la visione del centro come un Luna Park turistico sembra abbastanza chiara nonostante nei comunicati stampa si affermi il contrario.
Il cuore delle modifiche dovrebbe riguardare la facilitazione degli interventi di rigenerazione urbana. L’aggiornamento delle norme sarebbe avvenuto secondo “due cardini” ha spiegato Veloccia: “rendere il sistema agricolo inviolabile e promuovere la riqualificazione e la rigenerazione nella città edificata”. Resta da capire come questi principi saranno resi compatibili con gli incentivi per la rigenerazione urbana che, ad eccezione della zona del centro storico, sono anche volumetrici. Grazie alla legge regionale recepita da questa giunta la cosiddetta rigenerazione urbana è finora avvenuta dove serviva di meno, nei quartieri più ricchi, con demolizioni e ricostruzioni di edifici di pregio per ottenere i premi di cubatura, aumentare la volumetria e la rendita immobiliare. In mano ai privati, la rigenerazione urbana funziona così, perché questi non hanno interesse a ‘rigenerare’ le periferie, dove il valore immobiliare è meno redditizio. E della componente sociale della rigenerazione non si parla neanche più.
Il problema, però, non sono tanto i privati e i loro investimenti. Il problema è il pubblico: la sua debolezza, la sua dipendenza dagli investimenti privati e il suo essere sempre più indistinguibile da attori di mercato per ruolo, interessi e obiettivi. Se la modernità europea si regge sulla presenza di un pubblico forte, in Italia il pubblico è stato svuotato e colonizzato da interessi privati a colpi di retorica dell’inefficienza per legittimare la fiducia nelle virtù del privato. Ma il privato in Italia, da solo, non funziona: vuole suoli e fondi pubblici – e poi neanche così funziona, come racconta il fallimento della strategia di finanziare i privati con i fondi del Pnrr per creare posti letto per studenti fuorisede.
Secondo Veloccia “solo un’amministrazione che funziona può difendere la volontà di mantenere saldamente la regia pubblica nelle trasformazioni della città e solo regole chiare, semplici e certe possono essere difese con forza contro chi vorrebbe eliminare ogni regola e con esse le prerogative pianificatorie dei comuni”. Nei fatti le amministrazioni comunali hanno pochissimi strumenti per governare le trasformazioni private a causa del mutamento del ruolo delle politiche pubbliche che, grazie alle riforme neoliberali degli anni Novanta, oggi proteggono gli interessi dei forti. Con sempre meno poteri e risorse, i Comuni hanno finito per delegare completamente la trasformazione delle città ai privati. E se la logica è ‘fare cassa’, gli oneri pagati dai privati sono stati a lungo talmente bassi da non riuscire neanche a soddisfare il fabbisogno di servizi che le stesse trasformazioni producono. Così, in un circolo vizioso, si autorizzano nuove trasformazioni per incassare altri oneri. La stessa logica è alla base dell’aumento del turismo: più il turismo viene promosso come fonte di entrate dalla tassa di soggiorno, più aumentano i costi ad esso associati, più bisogna promuovere il turismo, e così via all’infinito.
Anche la realizzazione di alloggi a canoni sociali è stata delegata ai privati, con il risultato che (come denunciato dall’amministrazione stessa) le case sono finite agli amici e ai parenti dei costruttori. Adesso l’housing sociale, che include il redditizio ‘student housing’, potrebbe essere definito come ‘standard aggiuntivo’ realizzabile su aree destinate a servizio. Questo significa che classificando la casa stessa come un ‘servizio’, i costruttori godranno di minori oneri per la realizzazione di servizi di interesse generale, potranno costruire in aree a questi destinati, e potranno realizzare studentati di lusso classificati come ‘social housing’, come hanno fatto a Milano, a meno che il Comune di Roma non faccia qualcosa per evitarlo.
L’ideologia neoliberale sta cancellando l’urbanistica. Da una proposta di riforma che avrebbe assicurato il controllo pubblico delle trasformazioni del suolo – sospendendo la proprietà privata nella fase di definizione delle destinazioni d’uso per non subire le pressioni dei privati, attraverso espropri con indennizzi al prezzo agricolo del suolo – ipotesi boicottata già nel ‘62 dal ’blocco edilizio’, siamo passati addirittura a compensare gli interessi della proprietà privata anche quando questi sono in contrasto con l’interesse pubblico.
A Roma il meccanismo delle ‘compensazioni’ ha reso l’amministrazione ostaggio dei ‘diritti edificatori’ privati. “Se le persone creditrici nei confronti del Comune di Roma si dovessero mettere insieme e facessero causa all’amministrazione, probabilmente si porterebbero via il Campidoglio” ha detto un consigliere durante una seduta della Commissione Urbanistica a marzo 2024. La ‘compensazione’ prevede il trasferimento di vecchi diritti edificatori privati, risalenti al piano regolatore del 1965, da aree sottoposte a un vincolo ambientale con il nuovo piano, adottato nel 2003. Ovvero si è deciso che i vecchi diritti edificatori possano essere trasferiti da zone vincolate ad aree edificabili. “L’appellativo ‘compensazione’ allude al fatto che il danno arrecato ai proprietari dalla modifica della destinazione d’uso è controbilanciato dalla possibilità di realizzare altrove una volumetria di equivalente valore economico. Un termine, quindi, sintomatico del fatto che nel piano si privilegia il punto di vista dei proprietari”, scrive l’urbanista Mauro Baioni. Il meccanismo della compensazione non solo ha impedito di cancellare definitivamente tutte le vecchie previsioni edilizie, ma le aumenta. Infatti la compensazione avviene secondo un principio di equivalenza: a parità di valore immobiliare da ‘salvaguardare’, il trasferimento del diritto edificatorio su terreni di minore pregio determina un aumento delle cubature. Siccome nella maggior parte dei casi le volumetrie sono atterrate vicino al raccordo anulare, la potenzialità edificatoria originaria è raddoppiata. L’amministrazione non è stata capace di guidare la localizzazione delle compensazioni, avvenuta per accordo tra singoli proprietari, e l’uso delle compensazioni non è stato limitato alla redazione del nuovo piano regolatore, ma è diventata prassi corrente.
Su oltre dieci milioni di metri cubi di cemento oggetto di compensazione, tre milioni sono ‘atterrati’, oltre 3 milioni erano oggetto di istruttoria all’inizio del 2022, e altri quattro milioni non si sapeva proprio dove spostarli, a meno di non continuare a consumare suolo. La modifica delle norme di attuazione del piano regolatore dovrebbe facilitare la soluzione di questo nodo. Per dare un’idea della quantità di metri cubi in corso di trasferimento e ancora da trasferire che i proprietari potrebbero decidere di realizzare a Roma, basti pensare che il nuovo stadio della Roma, che sarà costruito devastando un’area verde, dovrebbe essere di 153mila metri cubi, dunque è come se a Roma si potessero costruire 45 nuovi stadi grazie alle compensazioni.
Per trovare una collocazione ai quattro milioni di metri cubi oggetto di compensazione ma ancora senza una nuova localizzazione, ad agosto 2022 il Comune ha pubblicato un bando ricognitivo per reperire aree ed edifici dove far ‘atterrare’ i ‘diritti edificatori’. Il Comune ha inoltre predisposto l’istituzione di un ‘registro dei diritti edificatori’ dove registrare le aree di partenza e di atterraggio del cemento, l’entità delle volumetrie, lo stato di attuazione delle aree. Il bando escludeva alcune aree come il centro storico, le aree naturali protette e le zone classificate come parchi agricoli e ‘agro romano’, la campagna intorno a Roma. Sono state presentate 94 proposte. La commissione che le ha esaminate ha rilevato in alcuni casi diverse criticità. Alcune sono proposte per la costruzione di edifici residenziali di centinaia di appartamenti in zone periferiche – come un complesso per 901 abitanti a Tor Bella Monaca, 467 abitanti a Tor di Valle, 640 abitanti e uno studentato tra via Laurentina e viale Cristoforo Colombo – dove la viabilità non è sempre adeguata al carico urbanistico prospettato.
“Il problema, però, non sono tanto i privati e i loro investimenti. Il problema è il pubblico: la sua debolezza, la sua dipendenza dagli investimenti privati e il suo essere sempre più indistinguibile da attori di mercato per ruolo, interessi e obiettivi”.
La mobilitazione in difesa del Pratone di Torre Spaccata, una delle aree dove dovrebbero atterrare cubature da un’area da ‘compensare’, ha aperto un dibattito cittadino proprio su questo tema, che Roma deve affrontare per cambiare davvero paradigma: finché si mantengono le vecchie previsioni edificatorie, finché si continueranno a compensare i diritti di proprietà privati, finché il pubblico non assumerà decisioni all’altezza della sfida imposta dal cambiamento climatico, non si potrà parlare di sostenibilità ambientale ed ecologica a Roma. Non bastano i micro-progetti di forestazione urbana per compensare i danni di un modello economico estrattivo che rimane indiscusso.
Il sindaco passacarte
Una macchina amministrativa efficiente e regole chiare sono senza dubbio cose positive, e questa Giunta sta facendo tanto: la modifica delle norme tecniche di attuazione è solo una delle azioni intraprese dal dipartimento di urbanistica, che sta investendo nella riqualificazione delle periferie, in progetti di prossimità in tutti i municipi e in molti altri ambiti cruciali per migliorare Roma.
Ma non è possibile parlare a oggi di una forte ‘regia pubblica’ delle trasformazioni. Perché quando si tratta di prendere decisioni politiche coraggiose, di ridimensionare interessi privati e pressioni politiche incompatibili con quello che i cittadini chiedono, l’amministrazione è assente. O meglio, agisce per facilitare direttamente gli affari dei privati.
Non si capisce, per esempio, dove sia l’interesse generale nella costruzione di un parcheggio privato sotterraneo in pieno centro storico con i fondi del Giubileo, o la realizzazione di un porto crocieristico privato a Fiumicino, addirittura inserito nel programma degli interventi per il Giubileo come “intervento essenziale” da finanziare con 439 milioni di euro. L’impatto ambientale sarebbe devastante. Il sindaco, intervistato da «Report», ha declinato ogni responsabilità: “in partica si è auto assegnato il ruolo di acritico passacarte per un intervento che, oltre a riguardare un’area e due comuni della città metropolitana – di cui è ugualmente Sindaco – può portare pesantissime conseguenze anche per la città di Roma, con un ulteriore incremento di quell’iperturismo che a parole il Sindaco dice di voler combattere”, scrive Anna Maria Bianchi.
Di più, bisogna ridurre le emissioni inquinanti. Se il piano di mobilità integrata avviato a Roma nel 1996 fosse stato portato a compimento, oggi il centro storico sarebbe interamente pedonale e la città non si sarebbe bloccata con l’apertura del cantiere per la metro C a Piazza Venezia. Ma quel piano è stato abbandonato, poi ritirato fuori dal cassetto con il Pnrr, ma comunque ridotto a interventi privi di un’ambiziosa visione complessiva. Il ‘Progetto Fori’ avrebbe poi dovuto completare il disegno di pedonalizzazione del centro per restituirlo ai cittadini. Il progetto di pedonalizzazione dell’area, che risale alla fine degli anni Settanta, ha un valore culturale enorme: l’intento non era solo pedonalizzare ma è riconnettere un’area archeologica vastissima con l’Appia antica e farne un grande parco archeologico a disposizione dei cittadini. È un progetto urbanistico per ricucire il centro al resto della città e restituirlo ai romani, superando la visione imposta da Mussolini di una Roma deserta e monumentale. Il fascismo ha infatti espulso il popolo dal centro e tagliato l’area dei Fori con un’autostrada urbana, via dei Fori imperiali, per farvi sfilare le truppe. Nella primavera del 2022 Gualtieri aveva incaricato gratuitamente Walter Tocci (ex vicesibndaco e assessore alla mobilità di Roma negli anni Novanta) di riavviare il progetto per la realizzazione del Centro Archeologico Monumentale di Roma, che avrebbe dovuto essere presentato a novembre e sottoposto al dibattito pubblico. Ma l’allora ministro della cultura Gennaro Sangiuliano ha cambiato i piani. “L’obiettivo è riqualificare e modernizzare l’area, salvaguardando il valore della storia”, ha spiegato il Ministro ad aprile 2024 durante l’inaugurazione di una ‘passeggiata archeologica’ lunga tre chilometri. La storia da salvaguardare non è quella della Roma antica, e tanto meno quella della Roma futura, ma è quella del fascismo. Con un protocollo d’intesa siglato con il sindaco, il Ministero ha inteso “salvaguardare la visione prospettica che si ha del Colosseo, la via dei Fori Imperiali”. Cioè la via costruita da Mussolini, quella che da mezzo secolo il progetto di pedonalizzazione vuole rimuovere perché ci separa dai Fori. La visione prospettica da tutelare è quella di Mussolini e Via dei Fori Imperiali resta dov’è. Rispetto a questa scelta non c’è stato alcun dibattito pubblico. Privato della sua essenza culturale, civile e politica, il progetto Fori è diventato un intervento edilizio di ‘restyling’ e ‘riqualificazione’ di vari marciapiedi nella zona a esclusivo favore di turisti, perché i romani di certo non vanno a passeggiare in via dei Fori imperiali.
L’assenza di interventi importanti per la mobilità in tutta la città ha reso impossibile l’istituzione di una ‘fascia verde’, un’area vastissima della città, dove vietare la circolazione di automobili dei modelli più inquinanti, che viene continuamente rimandata. Intanto 700 bus turistici al giorno circolano liberamente in città, arrivano fin sotto i monumenti e parcheggiano sotto le case con i motori accesi. Per il Giubileo del 2000 il Comune aveva vietato la circolazione e la sosta degli autobus turistici in tutto il centro storico, rendendo disponibili parcheggi di scambio e per la sosta a pagamento vicino al raccordo. Adesso Roma si prepara ad ‘accogliere’ 35 milioni di pellegrini, ma non ha un piano speciale di mobilità turistica. A dicembre si è scelto non di vietare l’ingresso dei bus turistici in città, ma di triplicare la tariffa per farlo. “Si tratta di un provvedimento “disincentivante e non proibizionista”, ha detto l’assessore a