Articolo
Giordano Meacci

Han Solo, l’ultimo eroe moderno

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L'elogio sentimentale di uno dei personaggi cinematografici più memorabili di sempre e insieme un "tributo scontroso" a George Lucas, il regista che l'ha ideato e a volte tradito.

Inoltre (per concludere) l’America è un Paese portato alla didattica, le cui genti son sempre disposte ad offrire le loro esperienze personali a mo’ di ausilio e di lezione al prossimo, sperando di rincuorarlo e di giovargli: una sorta di vasto sistema di pubbliche relazioni fra individuo e individuo. A volte, in ciò vedo dell’idealismo. Altre volte, mi sembra piuttosto un delirio collettivo. Se tutti sono paladini del bene, al male chi provvede?rn Saul Bellow , Il dono di Humboldt
Il mio personale vale quanto quello degli altri, cioè altrettanto poco.rn Boris Vian , Nota del 10 aprile 1953

0. Forse, una delle più belle scene d’amore del futuro passato

L’astronave – la stessa che abbiamo visto mentre un altro uomo, disperato, prova a dare un allarme che, all’inizio, verrà ignorato – grigia, metallica, lampante e aerea come le note rugginose dell’ultimo Paolo Conte: quando atterra, ha la stessa inclinazione lontana e fotografica dell’1I/’Oumuamua, ’messaggero che arriva da lontano’, o, in questo caso molto più pertinente, ‘messaggero da un lontano passato’; almeno: stando a quel che significano i vocabolari della lingua hawaiana quando battezzano un asteroide interstellare.

Il fianco orizzontale si spalanca, fumoso, quasi fosse l’arrivo di un treno da un’altra galassia lontana lontana, tanto tempo fa; e da lì ne escono soldati – ribelli, partigiani – che si lìmitano a sottolineare la loro uscita con la referenzialità tradotta di un andiamo, mentre l’uomo – lui – di schiena, le mani a cercare la cintura, o le tasche: la postura è incerta quanto l’arrivo delle mani, ora che lo vediamo cercare qualcuno tra gli altri che, all’improvviso, appare; e lo trova con gli occhi: e con il respiro mozzo e inaspettato degl’incontri d’amore dopo tanto tempo ― mesi; o anni: non importa; gli occhi sono sempre gli stessi; e così il sorriso di lei, smorzato dai chilometri, dai parsec, dalle imprevedibili sovrapposizioni di spazio e di tempo, quando anche gli anni scorrono da un punto all’altro della nostra vita con la velocità, luminosa (o peggio), dei tuffi del cuore di là dall’abisso, perimetrale, di un qualche buco nero lasciato alle spalle.

Lui, si vede, non riesce a sorridere; con gli occhi scava il pensiero di lei che lo vede, si trincera dietro quella siepe di inadeguatezza con cui s’è sempre sentito guardare dagli occhi premurosi di lei: innamorato e inadeguato. Già dal primo incontro; dalla prima schermaglia muta d’amore; quasi si sottoponesse costantemente a un giudizio che lei non gli ha mai chiesto di confermare.

Ma non fanno in tempo a parlarsi, ancora, perché immediatamente dopo il respiro stentato di lui – lei di spalle, in silenzio – s’affaccia dal passato l’uomo d’oro che li ha visti com’erano un tempo e che ora si sorprende, formalmente, della loro presenza qui (soprattutto perché qui quasi potrebb’essere dovunque).

E così ci vuole il sorriso accigliato e rigoroso di lei (mentre i movimenti scattosi dell’uomo d’oro confondono il lapsus del suo ‘principessa’ con i gradi del suo ‘generale’): per riportarlo all’ordine; per forzarlo, finalmente, a uscire dall’inquadratura.

Che, ora, riguarda solo loro due. E li contiene.

Metà della foto che adesso li vede – fermando il tempo, spezzando il cinema in due – è occupata dalla silhouette armata dell’astronave. Loro sono nell’altra metà del tempo che li aspetta: a una decina di passi di lei, la metà dei passi di lui, se solo lui volesse avvicinarsi: ma non lo fa, ancora non è riuscito nemmeno a levare le mani dalla cintura, dietro la schiena. La cornice di massi e di fuochi e di fumo che li delìmita, e gli concede spazio, è di poco illuminata dal cuore vaporoso dei roghi, dai pochi alberi stenti che si ritagliano il loro ruolo di bosco, e di fiaba, di là da loro. Le ombre che si allontanano, lunghissime, lanciate verso il passato di metallo o di pietra che l’inquadratura prevede.

“Hai cambiato acconciatura”, dice lui.

Lei accenna – solo accenna – un sì con la testa che, mentre finisce, porta con sé una constatazione.

“Stessa giacca”, dice lei.

“No”, ci tiene a precisare lui, sorpreso, lasciando che il braccio destro cerchi la stoffa del giubbotto.

“Giacca nuova”, le dice Han Solo.

1. Han Solo, nel tempo

1a. Come si arriva dal 1977 a Dieci anni fa

Dieci anni fa, in un cinema di Roma di cui non ricordo, adesso, la collocazione – comunque una qualche sala cinematografica che, nel 2015, mi dava ricetto e conforto, pomeridianamente, più o meno, dalle mie scalmàne tristi per amore ― ho visto per la prima volta questa scena: innamoràndomene per sempre.

Si tratta, evidentemente, del reincontro di Han Solo e della principessa Leia Organa dopo troppi anni: lei di nuovo, sempre, generale dell’esercito ribelle contro il Primo Ordine (come già contro l’Impero dozzinale e putiniano della Trilogia classica); lui di nuovo, sempre, alle prese con il contrabbando galattico, le sue mattane irresponsabili da trafficone, la convivenza più che quarantennale con Chewbacca (o Chewbecca, o Ciubecca che scriversi in traduzione si voglia; d’altronde anche Han è stato Ian in italiano per quasi quarant’anni; e Leia, Leila).

Si rincontrano alla fine stanca di una battaglia, tra i roghi dei disintegratori e le promesse di futuro già passate che li riguardano.

Mi ricordo che mi commosse, questa scena. Oltremodo. Con la stessa ottusa, solipsistica volontà di trovare un secondo ordine nel caos di Nino Manfredi in C’eravamo tanto amati, quando Stefania Sandrelli gli dice il nome di suo figlio, dopo anni che non si vedono; e lui, commosso, le rivela con la voce che gli trema “l’hai chiamato come lo zio de mi’ madre“.

Mi commosse ritrovare Han e Leia, invecchiati; sopravvissuti, sempre innamorati e però allontanati da quella stessa reiterazione dell’identico che mina la resistenza di molti matrimoni.

Mi commosse – uso il meraviglioso remoto di ogni sentimento senza nostalgia – quel rimando alla pettinatura di lei, cambiata. Lei Leia; lei Carrie Fisher, che era stata l’inventrice di un’acconciatura irripetibile: e irripetuta, di là dalla sua origine rivoluzionaria; sostituendo nell’immaginario pre- e postscolarizzato degli anni Settanta la cosmesi di riferimento principe delle illustrazioni del Gonin sulla Lucia, iniziale, dei Promessi sposi.

Talmente improbabile, quella pettinatura, da rendersi eterna; e sensuale: ma solo ed esclusivamente perché creata per l’ultima principessa ribelle delle fiabe.

Lui, si sa, non riesce a reggerne la presenza. Come sempre. E in quello sguardo a sé stesso di Harrison Solo c’è ancora, dopo tanti anni; dopo un amore eterno finito, dopo un figlio diventato grande e, da buon nipote di Darth Vader, molto probabilmente cattivo e ingestibile ― c’è ancora quello stesso senso di inadeguatezza e però di orgoglio che ha caratterizzato, dalla prima Nuova speranza al persempre del loro rincontro, il suo amore per lei. Quel Vossignoria con cui le si rivolge già dal 1977; per voce, indimenticata, di Stefano Satta Flores.

Mi sono commosso, in sostanza, permutando il ricordo remoto in una constatazione più vicina, con lo stesso struggimento da luci luminose con cui, di lì a un anno, avrei ritrovato la grazia incoercibile della principessa Leia nella vita, indimenticabile, della figlia di Debbie Reynolds e di Eddie Fisher. Quel Bright Lights di Alexis Bloom e Fisher Stevens che è, indubbiamente (almeno: per chi abbia a cuore il guazzabuglio incerto del cuore umano) uno dei più bei documentari di sempre.

E comunque.

Dentro quella sala cinematografica c’ero io, le mie reiterate, diffratte – perché, va detto, mai monodiche, almeno fino al 2017 – pene d’amor perduto; l’ultima principessa delle fiabe (“In Loving Memory of our Princess Carrie Fisher”, la meravigliosa dedica finale degli Ultimi Jedi); e, invecchiato ma sempre affettivamente spiazzante, il mio primo vero idolo cinematografico.

Han Solo (quando, appunto, ancora si chiamava Ian).

Non solo. Quando uscii da quell’accogliente, non localizzabile geograficamente nella memoria, sala cinematografica romana, piangendo come il bambino che ero stato nel 1977 (nota: questo racconto, da Qui in poi, sarà pieno di quello che le grammatiche dei nati dopo il 2001 hanno imposto con il termine di spoiler; e che è riduttivo però tradurre con ‘anticipazione’ visto che di ‘reinterpretazione’ senza termini di riferimento si tratta, in sostanza: il paradosso di una pre-visione da parte di chi ne riceve notizia che, però, non ha nulla di intuitivo o di profetico: nella maggior parte dei casi si rivolge referenzialmente agli snodi di trama; invece trattandosi, come si spera in questo caso, d’altro: si riferisce – almeno: si dovrebbe riferire – alle sensazioni raccontate di chi ha avuto in sorte di vedere prima ciò di cui racconta) ― Piangendo come il bambino che ero stato nel 1977, dopo aver visto Han Solo padre ucciso dalla spada laser del proprio figlio (Adam Driver, Kylo Ren, Ben Solo: sono tutti nomi cangianti con cui s’identifica quel proteiforme groviglio di pulsioni che è un figlio al cospetto della propria fragile, incongrua, irrazionale rivolta contro ciò che il padre è stato, per lui, fino a quel momento in cui deve, dolorosamente deve – perché lo ha deciso, perché comunque suo padre non sarà mai all’altezza di come l’ha sognato da bambino, perché è troppo solo e disperato per avere contezza dei proprî limiti: e soprattutto accettarli, perché adolescenzialmente, un’adolescenza del cuore che non può essere ingabbiata in nessuna banale serialità a tema, non può fare altro che dare la colpa a qualcun altro, al proprio padre, al proprio nonno, per tutti i limiti che sente di sé, per tutti i fallimenti, per tutte le sconfitte, anche quelle solo temute, tutti gli incubi inconfessati di fallimento che prendono un figlio al cospetto di un padre ― deve, dolorosamente deve: liberàrsene).

Ecco.

Mentre piangevo, in quella Roma di cui adesso non identifico le tracce, o le vie camminate, per quel gesto: la mano di lui, Han Solo, che accarezza sulla guancia suo figlio: e gli dice, gli pensa dentro ‘va tutto bene’; guardàndolo negli occhi, lasciandosi cadere nell’eternità, e nell’abisso di buio che prevede, con quell’ultima traccia del figlio in sé: “va tutto bene”, gli dice, gli pensa dentro; mentre cade e quel gesto diventa, nella grazia mai apprezzata del tutto, e doverosamente, dell’arte di Harrison Ford, un saluto pieno d’amore: solo questo.

“Mi commosse ritrovare Han e Leia, invecchiati; sopravvissuti, sempre innamorati e però allontanati da quella stessa reiterazione dell’identico che mina la resistenza di molti matrimoni”.

Non un perdono; né una benedizione. Non c’è nulla di paternalistico, o di superiore. Non c’è cognizione del perché o del quando: ma solo del come la mano di lui sfiori le guance in lacrime del figlio. E per la prima volta mi sono reso conto che in un gesto realmente d’amore, quando viene rappresentato per arte, vale di più il fuoco su chi quel gesto lo riceve, gratuito, perfetto: che sulla pratica eventualmente narcisistica di chi lo fa.

(E ora che ci penso perché lo scrivo mi rendo conto che la vera arte che àmo si fonda su questo: di là dalle errate percezioni opposte di esibizionismo o di eccessivo controllo: nella grande arte, sempre, la forma ti trascina dentro l’universo che crea mentre accade – mentre lo fa – regalàndoti una carezza di addio proprio mentre la lasci andare, una volta conclusa la prima volta: quando – per la prima volta, appunto – finisci di leggere un romanzo che hai amato, trovi il punto fermo in un verso che ti ferisce, o ti illùmina; sei costretto alla lettura conclusa di una qualche ultima fine incisa sullo schermo).

E così.

Mentre piangevo, per quella caduta e per la grazia umanissima di quella carezza, per quel volo di Han Solo (così simile a quello di Luke Skywalker, alla fine dell’Impero colpisce ancora: e però, a differenza del volo di un jedi, definitivo come quello di tutti gli sprovveduti, meravigliosi, fragilissimi e irripetibili esseri umani), mi rendevo anche conto, però, della curiosa sensazione da pericolo scampato che mancava, ormai, da dieci anni prima di dieci anni prima, quel 2005 che aveva visto la fine della Trilogia – per così dire – prequel, e la trasformazione di Anakin Skywalker in Darth Vader; e che però, a dirla con sincerità – soggettiva ma rigorosa: o forse così rigorosa perché soggettiva – non mi ha mai convinto del tutto.

A partire – lo dissi, lo scrissi più di vent’anni fa – da quella resa esplicitata della Forza come una massa brulicante di vermicelli new-age biologicamente attiva; una sorta – e capirete quindi la mia istintiva ritrosìa di galattosemico – di noiosissimo esercito di fermenti lattici schierati in battaglia.

Laddove per me: da sempre, il concetto di Forza della prima, classica Trilogia degli episodi IV, V, VI: aveva a che fare con una forza laica, fisica ma non deperibile, vicina alla araldica e incandescente circolarità ellittica degli elettroni, ai campi elettromagnetici; ai gelosi e segreti movimenti formativi del cosmo quando ancora era tutto materia incandescente, e protoni, e nuclei instabili: mescolati, nel loro futuro plausibile, all’imperscrutabile, postschopenhaueriana forza di volontà che smuove dall’inerzia la possibilità di vivere degli uomini.

Una cosa mia, senz’altro; che però la spiegazione di Liam Neeson e Qui-Gon Jinn (in quel caso incarnati da un’unica voce peraltro tradotta in italiano) non aveva minimamente convertito in persuasione.

Così come la figura di Jar Jar Binks e la sua simpatia imposta per statuto; la poca rappresentatività antagonistica del tatuatissimo Darth Maul: non solo non mi avevano convinto, sei anni prima di dieci anni prima di dieci anni prima, in quel 1999 della Minaccia fantasma: ma mi avevano trascinato fuori, di peso, dall’universo di Star Wars che m’aveva accompagnato fino a loro. Non in quanto creazioni perturbanti, inattese o poco gradite: ma perché figure già viste prima ancora che entrassero nella saga. Un atto di debolezza del loro creatore; quasi non si fidasse della forza nascosta delle sue intuizioni precedenti. Figurine a tema, mi sembrarono allora: mi sembrano adesso nel presente della riscrittura.

Non in quanto violatori di quello che Eco, nei suoi modi di sognare il Medioevo, ha definito il Vangelo secondo San Lucas; ma perché nel vedere loro, nell’accogliere la Trilogia in arrivo, mi ero reso conto che – e la struttura meccanicamente teleologica degli episodi I-II-III l’avrebbero comprovato, di là da tutte le buone intenzioni etiche di George Lucas – la volontà di evangelizzazione aveva stremato il racconto in una sorta di premessa didascalica al genio fondativo già girato degli episodi IV-V-VI.

E: per non dare solo i numeri, lasciandomi da solo a piangere lacrime estetiche nel 2015, il cuore della questione è, alla fine dell’ultima Trilogia sequel (delucasizzata, paradossalmente, dagl’interventi di J. J. Abrams, di Arndt, di Johnson di Terrio e dell’immenso Kasdan padre): la presenza di Leia Organa e di Han Solo.

Questo, alla fine, è quello che rimane nella mia percezione soggettiva di lettore.

Ritrovare Han Solo nella storia è stato come ritrovare il mentore di un tempo dopo tanti anni; il padre putativo – o il maestro squinternato, magari – che si è scelto nell’infanzia e di cui avremmo poi accolto le varianti digressive negli anni.

Sia immediatamente interne (Indiana Jones, Rick Deckard); sia esterne (Peter Venkman, naturalmente; e il Tony Stark di Robert Downey, jr insieme con Jack Sparrow: ma questa è una classificazione successiva).

Il risveglio della forza, in quel 2015 pieno di vita, ha segnato la presenza mai spenta di Han Solo nella mia esistenza precedente e futura; presenza improvvisa e veloce, visto che non ho fatto in tempo a ritrovarne il tempo e il ritmo che Han se n’è andato, di nuovo, con una carezza; e la classe preterintenzionale di un quirino d’oltregalassia.

1b. Solo per me 

Quando Han Solo è apparso, nel maggio del 1977: ha dovuto aspettare il tempo che ci voleva per manifestarsi nella sua forma tradotta – da un lato all’altro dell’Atlantico, da un punto all’altro del tempo e dello spazio – fino a me. Fino al cinema di Monteverde Nuovo che, nell’autunno successivo, più o meno (il tempo dei miei sei anni, a pensarci: malgrado la mia percezione adulta accanto a un padre giovanissimo e una madre ancora più giovane) l’avrebbe trasformato in me; appunto, nell’uomo che avrei voluto diventare.

Un po’ il Rick di Casablanca, molto lo Yanez di Salgàri (ma questo io lo capivo allora solo in parte): Han Solo arriva nell’immaginario collettivo partendo da un bar di Mos-Eisley, sul pianeta Tatooine. Abbatte con un colpo di disintegratore al tavolo il cacciatore di taglie che vorrebbe deportarlo per soldi. Sfugge ai soldati imperiali sul suo Millennium Falcon insieme con l’inseparabile wookiee Chewbacca; in pratica salvando (a suo modo) Obi-Wan Kenobi, Luke Skywalker, C-3PO e R2-D2 quando ancora si chiamavano D-3BO e C1-P8.

Sapremo dopo che è l’astronave con cui ha fatto la Rotta di Kessel in meno di dodici parsec; che l’ha vinta al gioco al suo amico, poi momentaneamente nemico, poi di nuovo amico per sempre Lando Carlissian.

Arriva, Han Solo, contrabbandiere e ricercato; fuorilegge e guascone come un verso di Dylan. Un antieroe il cui fascino è nella pretesa gradassa che però, spesso, gli riesce. Così come nella vanteria che si riduce a situazione d’emergenza soprattutto quando è convinto del proprio piano.

Salva una principessa per soldi: ma poi se ne innamora. Va via per pagare con il denaro che ha guadagnato la taglia sulla sua testa: ma poi preferisce tornare a combattere con i ribelli – da anarchico esterno – e permette a Luke Skywalker di abbattere la prima Morte Nera guardandogli le spalle, come si dice.

Lo salva di nuovo, gettandosi nottetempo tra i ghiacchi del pianeta Hoth (che poi, oltre allo Stuart di The Big Bang Theory: ”chi sa davvero quanto dura una notte sul pianeta Hoth?”): e scoprendo l’uso che si può fare di un tauntaun morto di freddo (gli taglia la pancia, lo eviscera e ci scalda il quasi congelato Luke mentre lui, con la giusta precisione, monta un riparo adeguato per la notte).

Fa innamorare la sorella di Luke Skywalker prima ancora che lei lo sappia, probabilmente (di essere sorella: perché di essere innamorata lo sa prima di Han); e quando lo stanno per ibernare nella grafite, risponde al Ti amo di lei con uno speranzoso, solo apparentemente definitivo (in realtà scellerata, impatteggiabile speranza di altri dialoghi e di vite future) “lo so”.

Guida una rivolta, vince una guerra galattica insieme con l’Alleanza Ribelle. Poi, in un’ellissi che copre più o meno trent’anni di tanti e tanti anni fa (ricordiàmolo, sempre: le storie di Star Wars non sono ambientate in un futuro remoto: ma nei tempi incerti e antichissimi del mito e delle favole: “Tanto tempo fa, in una Galassia lontana lontana”): vive una vita matrimoniale con Leia Skywalker già Organa; con lei ha un figlio, Ben, che prima studia da jedi poi da neosith (avendo il tempo, tra un film e l’altro, di vincere una Coppa Volpi a Venezia per Hungry Hearts e far innamorare per un po’ Scarlett Johansson).

In qualche oscuro modo si perdono tutt’e tre: una generale della Resistenza, uno erede incerto e macerato di nonno Anakin; Han di nuovo con l’altissimo wookiee a scorrazzare per porzioni di galassia recintate da parsec e stelle morenti inventàndosi affari e, come sempre, coltivando inimicizie.

Questo, fino al suo ritorno di Han Solo. Alla sua morte luminosa. Al ricordo spettrale e radioso che sarà, per suo figlio Ben, nell’Ascesa di Skywalker, nel 2019, in uno dei dialoghi più belli tra fantasmi di padri e amletici rovelli di figlio (“I miss You, son”. ‘Mi manchi, figlio‘).

Ribaltando di Bellezza il luogo comune che i fantasmi non sentano loro la mancanza di questo pianeta; trasformando il dolore per la mancanza dei vivi in uguale, sofferto dolore dei morti quando li ripensiamo; quando li facciamo parlare con le parole che decidiamo per loro ― e di cui loro, fortunatamente, non si pentono mai. “You’re just a memory”, gli dice suo figlio, spietato con i suoi stessi desideri più profondi. “Your memory”, gli ricorda suo padre.

Un dialogo che da solo avrebbe dovuto valere un premio oscar – e Qui ribadisco, polemicamente, l’ingratitudine estetica nei confronti di Harrison Ford; tra le altre cose in grado di entrare nell’immaginario collettivo con almeno tre miti diversi ― recuperando in me per sempre, con questo dialogo immaginato da un sith in via di ri-conjedarsi (e insieme con l’idea di Famiglia extragenetica professata dal vecchio Luke alla meravigliosa Rey): quell’idea di Forza che mi aveva innamorato, bambino; e che i colpi didascalici della Trilogia prequel avevano un po’ minato. (Meglio: messo alla prova).

Luke Skywalker; e Han Solo: nel cuore delle Guerre Stellari che ci hanno attraversato per quarantadue anni.

42, fortytwo. O fortitude; o chissà. Come ci insegna qualsiasi Guida galattica per gli autostoppisti degna di questo nome.

1c. Il viaggio dell’antieroe

Han Solo è in sostanza forse l’ultimo antieroe planetario moderno (del cinema: e non solo) insieme con Indiana Jones (che però incarna una sorta di dualismo da identità segreta, nel suo doppio ruolo di archeologo anche accademico e di avventuriero: quasi avesse una via di fuga, postmodernista, da falsa identità).

Moderno, ripeto (se non modernista), Han Solo. Della stirpe degli Yanez, appunto; e, forse, ma neppure poi tanto forse, dei Dedalus.

“Quando Han Solo è apparso, nel maggio del 1977: ha dovuto aspettare il tempo che ci voleva per manifestarsi nella sua forma tradotta – da un lato all’altro dell’Atlantico, da un punto all’altro del tempo e dello spazio – fino a me”.

Dei Marlowe (l’investigatore, certo: e già la leggenda postmoderna del tragediografo omonimo così come la vede Tom Stoppard, attraverso Rupert Everett: segna una qualche traccia della sottile, sottilissima linea rossa che separa i ruoli di questa catalogazione per interrogativi e domande).

Ed ecco che sùbito mi dico però che Philip Marlowe, e Chandler, sono filtrati attraverso Dick nel Rick Deckard di Blade runner.

Quindi Solo dovrebb’essere qualcosa di differente.

Conferisce, ai miei occhi, andando da un Ford all’altro, una sfumatura meno risoluta e guascona all’amatissimo Tom Doniphon dell’Uomo che uccise Liberty Valance.

Come Tom Doniphon, Han Solo  fa quello che deve assumendosene la responsabilità. Un Tom Doniphon più solare, magari. Ma, forse, anche perché è abituato alle caratteristiche stellari di Tatooine.

E Qui, anche, mentre scrivo: mi accorgo della fisicità incarnata dall’unico Han Solo possibil

Giordano Meacci

Giordano Meacci è scrittore e sceneggiatore. Il suo ultimo libro è Acchiappafantasmi (Minimum Fax, 2023).

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