Che cosa sono i popoli? Cosa li rende tali? La lingua, uno stato, la religione? Dall’Antica Roma a Putin, passando per il generale Vannacci e il “Piano Kalergi” e arrivando a Israele e Palestina, storia e prospettive di un concetto fondante e dibattuto delle società umane, caro tanto alle destre quanto alle sinistre.
1. Il trionfo del popolo e dei popoli
Vale la pena chiedersi perché e come negli ultimi decenni (ma vedremo che si tratta di una storia ben più lunga) si sia imposta l’idea che esistano popoli intesi come comunità di discendenza e di cultura, per alcuni persino impossibilitati a comunicare tra di loro; che questi popoli poi siano legati a una “loro” terra; che siano essi a fare, combattendosi, la storia. Vale la pena chiedersi come queste stesse idee abbiano avvicinato sempre più parti della destra e della sinistra, incluse alcune di quelle che oggi lottano (contraddittoriamente, ma per fortuna!) per l’accoglienza dei migranti.
Di esempi se ne potrebbero fare tanti, a destra come a sinistra, e tanto più paradossali in paesi occidentali dove, mentre questo è avvenuto, molti sposavano le tesi estreme di Benedict Anderson che, sulla base dell’esperienza indonesiana, affermava che popoli e nazioni erano in realtà solo “comunità immaginate”, una tesi proponibile per quel paese ma molto difficile da sostenere in Europa o nel subcontinente indiano.
Per restare in Italia e cominciare dalla cronaca, pensiamo al generale Roberto Vannacci che ritiene che Paola Egonu, malgrado la sua cittadinanza, non abbia i “tratti somatici propri della italianità”. Eppure, persino una canzone fascista come Faccetta nera veicolava idee diverse. Pare che Benito Mussolini la detestasse anche per questo e ne facesse eliminare qualche verso, come quello che definiva faccetta nera “bella italiana” – rimase però il “sarai romana”.
E se lo stesso Mussolini aveva battezzato il suo giornale «Il Popolo d’Italia» (e a questo patrimonio si sono rifatti e si rifanno i partiti che discendono dall’esperienza fascista), la Lega Nord si è invece richiamata a un popolo padano presentato anche nei manifesti come affine ai nativi americani e a rischio come loro di scomparsa a causa dell’arrivo di popolazioni aliene (i meridionali prima, gli extracomunitari dopo la svolta “italiana” di Matteo Salvini).
Sono posizioni che riecheggiano la teoria del complotto sulla “sostituzione etnica”, che ha preso, nel mondo tedesco e anglosassone, le forme del “Piano Kalergi” e in Francia quelle del Grand Replacement. Essa si basa sulla stessa idea di popoli primigeni, autoctoni e dotati di identità fisse e proprie (un’idea la cui assurdità è dimostrata tra l’altro proprio dalla velocissima evoluzione della Lega Nord in Lega salviniana), di cui gruppi di potere di vario tipo pianificherebbero la sostituzione – dimenticando tra l’altro che alcuni di quei “popoli” da decenni non si riproducono a sufficienza.
Naturalmente, l’hitlerismo incarna la manifestazione più estrema e violenta di questa idea del sangue e suolo come base di un popolo identitario che possiede una sua terra e vuole un suo impero (anche se l’arianesimo indo-europeizzante del nazismo ha dato persino a quest’ultimo tratti contraddittori). E concezioni simili, altrettanto paradossali e con quasi paragonabili livelli di violenza, hanno per esempio guidato l’affermazione di un nazionalismo turco che ha rivendicato come “sua” un’Anatolia prima conquistata e poi fatta propria sterminandone gli armeni, scacciandone i greci, e sostenendo che i curdi erano turchi che non sapevano di esserlo e a cui era quindi necessario impartire una lezione a riguardo.
Con la stessa logica famosi intellettuali tedeschi hanno sostenuto nell’Ottocento che gli alsaziani avrebbero con le buone o le cattive imparato a riconoscersi tedeschi, e Vladimir Putin ha di recente giustificato l’invasione di un’Ucraina i cui abitanti rifiutavano di ammettere di essere russi perché vittime di complotti internazionali di vario tipo.
Forse, tuttavia, l’esempio più perfetto di questa concezione “autonoma” del popolo come specie a se stante è quello che è prevalso in Giappone, i cui abitanti si sono a lungo immaginati come un albero che non poteva per sua natura confondersi con gli altri, arrivando a preferire la propria scomparsa per decrescita demografica alla “contaminazione”, una posizione di cui forse si intravedono i primi segni di cambiamento.
Per cominciare di nuovo dalla cronaca, a queste idee fa da contraltare la «Repubblica», che ha pubblicato articoli sull’esistenza di un “popolo della sinistra” dotato di valori propri che, come i popoli dei nazionalismi più ingenui, esiste fuori della storia ma è pronto a “risvegliarsi” se compare un leader giusto.
Recentemente in Germania Sahra Wagenknecht, già dirigente della Linke (erede del partito socialista della DDR) e moglie dell’ex leader socialdemocratico Lafontaine, si è autoproclamata una leader di questo tipo, fondando un partito populista di sinistra che vuole parlare anche ai sempre più numerosi elettori di un’estrema destra che la ha semi-ufficialmente invitata ad unirsi ad essa. La Wagenknecht invoca la costruzione di una Volksgemeinschaft (un termine caro ai nazisti), cioè di una comunità nazionale di popolo, senza divisioni in classi e chiusa ad una immigrazione “economica” che ne snaturerebbe lo spirito e gli standard di vita.
Ma questa riconfigurazione letteralmente “populista” della sinistra era evidente già negli anni Settanta, quando le lotte dei popoli, quello palestinese come quello vietnamita o irlandese (ma anche basco o padano, nella mente del giovane sindacalista Umberto Bossi) sostituirono le classi e trasformarono l’internazionalismo da sogno universalista in alleanza di popoli-nazioni più o meno oppressi. Ad essere colpita fu allora anche la visione laica e civica della nazione sostenuta in opposizione a quella etno-culturale da un progressismo che era riuscito per qualche tempo ad affermarsi come ideologia dominante di un rinnovato “Occidente” (penso per esempio ad Hans Kohn, che la costruì sulla critica del suo precedente sionismo).
Le stesse università anglosassoni di élite dove quella visione anti-etnica era cresciuta pagano oggi un pegno ipocrita alla ideologia dei “popoli originari” dichiarando di sorgere sul loro territorio ancestrale (un territorio che peraltro non ridarebbero mai indietro) e si trovano affermazioni simili nelle firme mail istituzionali dei principali atenei canadesi o australiani. In quella dell’Università di Victoria si legge per esempio:
“We acknowledge with respect the Lekwungen peoples on whose traditional territory the university stands and the Songhees, Esquimalt and WSÁNEĆ peoples whose historical relationships with the land continue to this day”.
È il trionfo di una ideologia della colonizzazione e dei popoli dominatori, certo capovolta dal senso di colpa, ma che ne mantiene tutte le premesse teoriche, ed è a suo modo affine alle teorie della sostituzione: il fatto che chi ha conquistato si senta a disagio non è un male, anzi, ma è pessimo dimenticare che anche quei popoli “ancestrali” avevano forse a suo tempo conquistato qualcun altro, e che se si applicasse il principio con rigore la Palestina non dovrebbe essere ridata agli Arabi (naturalmente colonizzatori anche loro, e quanto!) ma forse ai filistei da cui prese il nome, i turchi dovrebbero riconsegnare l’Anatolia a greci e armeni, e gli indoeuropei riconsegnare India e Europa a chissà chi, in un gioco macabro che non avrebbe fine e che genererebbe infinite nuove sofferenze.
Un gioco tra l’altro che, come dimostrano gli studi sulla genetica delle popolazioni e il DNA antico (come quelli di David Reich, un allievo di Luca Cavalli-Sforza, autore di Chi siamo e come siamo arrivati fin qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità, Raffaello Cortina Editore, 2019), è privo di qualunque base scientifica e vive solo su sensi di colpa, che sono un’altra faccia di quelli di superiorità.
In natura i popoli non esistono: esistono piuttosto popolazioni umane in continua evoluzione e in relativamente continuo “rimescolamento”, soprattutto a partire dai primi grandi nuclei di civilizzazione, in India come in Cina, in Mesopotamia o in Egitto come nell’Impero romano e poi, almeno dalla fine del XV secolo, a livello planetario.
L’albero della vita appuntato da Charles Darwin.
Dobbiamo quindi abbandonare persino l’immagine lasciataci da Charles Darwin, quella di un albero dei popoli (in cui questi ultimi erano comunque tutti legati, al contrario di quello solitario giapponese) che replicava in qualche modo quello delle lingue1. Essa certo contiene un nucleo di verità basato sull’iniziale diffusione e “distinzione” in vari rami per mutazioni successive di un’unica specie umana, la nostra, una differenziazione, genetica e linguistica, che come un rumore di fondo risuona ancora nel mondo. Ma quel processo è stato fin dall’inizio complicato da incroci e sovrapposizioni che si sono venuti col tempo moltiplicando e intensificando, producendo alla fine un graticcio piuttosto che l’albero che i naturalisti e i linguisti dell’Ottocento avevano immaginato.
I “popoli” esistono però come oggetti storici e culturali affermatisi o costruiti con maggiore o minore facilità in base al “materiale” disponibile e alle vicende della storia. In quanto oggetti storici, tuttavia, essi non sono eterni, la loro cultura, la loro lingua e la loro identità cambiano (spesso anche velocemente): possono scomparire o trasmutarsi, e non sono dotati di una “loro” terra.
Eppure, come vedremo, su questo concetto instabile e scivoloso, che si si incarna per di più in “persone collettive” la cui supposta autonomia solleva enormi problemi politici e morali a chi crede all’autonomia delle persone, hanno fondato le loro costruzioni teoriche e i loro principi non solo parti importanti della destra e della sinistra ma anche le Nazioni Unite e il diritto internazionale, come dimostrano le due convenzioni del 1966, quella sui diritti civili e politici e quella sui diritti sociali, economici e culturali.
“È pessimo dimenticare che anche quei popoli “ancestrali” avevano forse a suo tempo conquistato qualcun altro, e che se si applicasse il principio con rigore la Palestina non dovrebbe essere ridata agli Arabi, ma forse ai filistei da cui prese il nome”.
Entrambe si aprono infatti proprio col riconoscimento del diritto dei popoli all’autodeterminazione, ma la scivolosità e l’ambiguità del concetto erano già evidenti, e non solo nelle clausole che garantivano il diritto degli stati all’integrità territoriale. Altrettanto evidente era soprattutto la difficoltà di individuare quali fossero i soggetti che godevano di quel diritto, una difficoltà che ha prodotto e continua a produrre infinite contraddizioni, ipocrisie e ingiustizie.
Il “popolo corso”, che ha forse espresso per la prima volta con Pasquale Paoli quella che oggi riconosciamo come l’idea moderna di popolo, non può nemmeno definirsi tale: i francesi sanno bene che altrimenti, in base al diritto internazionale, potrebbe rivendicare la propria autodeterminazione. Lo stesso vale per i catalani, è valso a lungo per gli irlandesi, e la politica italiana, di destra e di sinistra, si è opposta con forza all’idea di un popolo siciliano o padano, e ha definito “questione meridionale”, di volta in volta geografica o sociale, quella che agli occhi dello storico appare senza dubbio almeno in potenza come una questione “popolare/nazionale”.
Agli Ibo la Nigeria ha rifiutato la qualifica e l’indipendenza, costringendoli a piegarsi con la fame, ma agli eritrei esse sono state riconosciute. Oggi Putin e la sua cerchia pensano che gli ucraini non esistono, e buona parte dei “palestinesi”, pur ammettendo l’esistenza degli ebrei, li vorrebbe ributtare collettivamente a mare, come i turchi fecero coi greci e, certo molto più umanamente, gli irlandesi con gli inglesi di Dublino dopo la prima guerra mondiale e i québécois con gli anglofoni di Montreal, spinti a trasferirsi a Toronto qualche decennio dopo (ma gli esempi potrebbero essere moltiplicati a piacere, come dimostrano Antonio Ferrara e Niccolò Pianciola in L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa, 1853-1953, Il Mulino, 2012).
Benché sia evidente che tutto questo è successo e succede e che quei “popoli” come oggetto storico si producono e si riproducono, la natura mortale e suicida del gioco scatenato dal loro riconoscimento come “principio-base” rende auspicabile uscire, almeno con la mente e la coscienza, dalle logiche che scaturiscono da questa consacrazione. La storia intesa come critica, invece che come accettazione/esaltazione di una mortale “lotta tra i popoli”, può aiutare a farlo, ed è alla storia dell’idea e del concetto di popolo che vale quindi ora la pena di guardare, sia pure a grandissime linee e quindi molto schematicamente.
2. Che storia c’è dietro
Il primo populus che si diede questo nome, usando una parola etrusca da cui derivano i termini ancora in uso in molte lingue europee, non si pensava in termini di omogeneità e comune discendenza. Al contrario, il popolo romano si presentò subito come frutto di un patto politico stretto da gruppi di almeno tre discendenze e lingue diverse (latini, etruschi e sabini) per fondare una nuova città e cioè un progetto per il futuro. Molti secoli dopo l’imperatore Claudio se ne vantò con parole bellissime.
Secondo Tacito2, dopo aver notato che i greci, e in particolare Sparta e Atene, malgrado la loro grandezza, erano decaduti in conseguenza dell’aver scelto di segregare come alieni quanti sconfiggevano (ce lo conferma per esempio il Panegirico di Atene di Isocrate3, in cui gli ateniesi vantano la loro “razza… pura”), Claudio ricordò che “al contrario Romolo, il nostro fondatore, ebbe ripetutamente la saggezza di trasformare interi popoli vinti in cittadini romani, anche in un solo giorno”. Claudio aggiunse poi che la sua stessa famiglia, di origine sabina, era stata fatta cittadina e patrizia, e il bel testo della tavola claudiana ritrovata a Lione, ci conferma che questo era il suo pensiero.
I nostri popoli erano allora piuttosto quelli che i greci chiamavano ethnos (plurale ethne), gruppi umani che si sentivano uniti da discendenza, lingua, costumi e dèi comuni, e cioè in parte il frutto della dispersione originaria, rappresentata dalla storia dei figli di Noè, e in parte di incroci e sovrapposizioni che però venivano cancellati nelle autorappresentazioni. Sono questi i popoli che animano la Palestina della Bibbia, la terra dove stava per nascere la prima idea compiuta di un popolo – quello cristiano – che univa tutti gli esseri umani indipendentemente da ogni loro altra caratteristica perché, come scrisse San Paolo, “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”.
“Tabula claudiana” (48 d.c.)
Cominciava così la grande stagione del dominio delle religioni universali, che in Europa iniziò a entrare in crisi con la lenta formazione delle monarchie territoriali e quindi dei popoli-nazione, una nazione dapprima associata più al luogo di nascita che a una discendenza, ancorché solo creduta, e a una cultura comune. Nell’Europa medievale, erede dei grandi rimescolamenti provocati dalle ripetute invasioni seguite al crollo dell’impero, era infatti normale per i sovrani regnare su genti di lingua, origine e a lungo anche diritto diversi, ancorché spesso unite dalla stessa fede.
Nei comuni e nelle repubbliche dell’Italia centro-settentrionale, delle Fiandre e di altre regioni europee si andava invece allora rivitalizzando l’idea romana del popolo come frutto di un patto politico, un popolo che però accentuava da un lato la sua omogeneità e dall’altro i “tagli” al suo interno. Se a Roma anche le famiglie patrizie facevano parte del popolo, in queste nuove città-stato spesso i nobili non potevano godere di diritti politici (a Firenze, per farlo, dovevano rinunciare allo status di nobile), anche perché sentiti e immaginati come diversi (non pochi tra loro, del resto, si vantavano di discendere da invasori come longobardi, franchi e normanni). Il taglio sociale penetrava invece all’interno di quello stesso popolo politico, in comunità omogenee per lingua, cultura e fede ma scosse dalla lotta tra popolo grasso e popolo minuto.
La lenta formazione all’interno dei nuovi grandi stati europei di bacini linguistici, ma anche di sistemi giuridici, unificati, avvenuta all’inizio intorno alle corti e alle città, stava intanto alimentando un processo di inversione nel significato dei termini popolo e nazione, che iniziò ad affermarsi, anche se contraddittoriamente, all’interno delle Università e poi nei concili della Chiesa.
Alla spinta che proveniva dalla progressiva associazione delle “nazioni” ad aree geografiche sempre più dominate, almeno ai loro vertici, da lingue standardizzate comuni, si aggiunse quella che, con la scoperta delle Americhe, venne da nuovi “popoli” di cui era difficile spiegare l’origine, tanto che si dubitò persino che fossero umani, e che sembravano corrispondere e in parte corrispondevano alle etnie greche, anche per la loro maggiore vicinanza al fenomeno della dispersione originaria. In quegli stessi decenni, nella Spagna che scopriva le Americhe, la nascita della nazione moderna si accompagnava ai primi grandi processi di “pulizia” etnica e religiosa, prima contro gli ebrei e poi contro i moriscos, motivati con un’ideologia del sangue che la chiesa di Roma cercò invano di combattere.
La crisi del “popolo cristiano” stava intanto per vivere in Europa con la Riforma una tappa decisiva, che diede nuovo impulso al processo di etnicizzazione del popolo e di politicizzazione della nazione. Lo fece inconsapevolmente, costruendo l’unità tra stato, religione e, almeno nei paesi protestanti, anche lingua, una lingua che veniva ora unificata dalla prima alfabetizzazione di massa su scala “nazionale” motivata da ragioni religiose (la capacità di tutti di leggere la Bibbia) e quindi latamente ideologiche.
Nel XVIII secolo l’inversione tra popolo e nazione era ormai avanzata, anche a seguito della scoperta nelle campagne europee di quello che è stato chiamato il “volgo primitivo dei popoli moderni”, cioè i contadini. L’espressione indicava una nuova evoluzione del termine, usato ora, come già e sia pure in modo diverso nei comuni medievali, per definire la parte socialmente inferiore della popolazione di un paese, quella che a Roma si sarebbe chiamata piuttosto plebe. Al tempo stesso, anche a causa della reazione agli orrori della conquista e poi delle lotte di religione, una parte degli intellettuali europei, Michel de Montaigne compreso, cominciò a chiedersi se la cosiddetta civiltà non fosse la causa stessa di quelle tragedie.
Prendeva così forza la teoria di un selvaggio buono e migliore perché più vicino allo stato naturale, in una visione in cui la natura era la sede della ragione e del diritto, come accadeva nelle teorie dei diritti naturali o della società frutto di un libero contratto tra uguali (teorie che la semplice riflessione basta a mostrare, più che infondate, assurde, ancorché apportatrici di grandi benefici). In quest’ottica, poi consacrata dagli scritti di Jean-Jacques Rousseau, quel “volgo primitivo” diventava, proprio perché meno corrotto dalla civiltà e dalle sue ipocrisie, la possibile sede, e il possibile agente, del riscatto dell’umanità e della possibilità di un mondo migliore.
“La Predica di san Paolo” di Raffaello Sanzio (1515-1516).
Le cose non erano però ancora ben definite, come dimostra l’esplicito richiamo all’esperienza romana degli americani, che nella loro Costituzione annunciarono il loro nuovo progetto politico col famoso We, the People, un popolo che, come quello romano delle origini, non era affatto etnico e non sentiva nemmeno il bisogno di prescrivere una lingua comune. Solo pochi anni più tardi, tuttavia, l’identificazione del popolo con i ceti inferiori, e quindi disprezzabili, convinse i rivoluzionari francesi, durante un dibattito famoso, a rifiutare l’uso del termine e a parlare invece di “nazione”, dando definitivamente al termine la valenza politica che ha tuttora.
L’inversione fu completata dalle reazioni scatenate nel mondo tedesco dalla supremazia culturale della Francia e del francese. Opponendo alle élite francesizzate e corrotte un popolo contadino e artigiano ancora puramente tedesco, Johann Gottfried Herder diede la forma definitiva al concetto moderno di un popolo (Volk) definito al tempo stesso su base nazionale e sociale in opposizione agli stranieri o ai loro rappresentanti (vale a dire le élite cosmopolite francesizzate), visti come agente di corruzione e degrado che solo il risveglio di quel Volk poteva arginare. Per Herder una Volksgemeinschaft etno-nazionale, a base contadina e popolare, era quindi il presupposto della nazione e dello stato, che ne erano manifestazioni derivate.
Al tempo stesso, prima implicitamente e poi esplicitamente con Georg Wilhelm Friedrich Hegel, la capacità di un popolo di produrre un suo Stato-nazione divenne il banco di prova delle sue qualità, e quindi il presupposto del suo posizionamento gerarchico. Il passaggio a questa gerarchizzazione avvenne con Johann Gottlieb Fichte, che affermò la superiorità dei tedeschi non solo verso i più primitivi slavi ma anche contro francesi proclamati inferiori perché a differenza dei tedeschi, che avevano mantenuto la loro lingua originale, eretta a indice di purezza e discendenza di sangue, erano stati sconfitti, latinizzati e quindi resi in qualche modo una comunità artificiale e non “naturale”.
Vale la pena di aggiungere che questo modo di reagire, con disprezzo, all’evidente superiorità politica e culturale di uno “straniero” ha fornito da allora il modello per tantissimi progetti di riscatto nazionale, basati appunto su un concetto di popolo più o meno puro, legato a una sua lingua e a una sua cultura. Quelli turco e giapponese sono stati a lungo i più impressionanti, tanto per la terribile drammaticità dei loro sviluppi, quanto per la loro capacità di ammettere la necessità di far proprie parti di una modernità di origine “aliena” per rafforzare e affermare la loro specificità.
Malgrado le loro diversità, sia la nazione-popolo francese che la comunità etno-nazionale alla base dello stato-nazione tedesco condividevano un grande equivoco che era anche fonte di possibili e sgradevolissimi sviluppi dal punto di vista della libertà degli individui. Già Rousseau aveva dotato il “suo” popolo, trasformato in un soggetto collettivo, di una “volontà generale” che di fatto adombrava la possibile repressione di quelle individuali, chiamate a sottostare ad essa.
In lui questa contraddizione era stemperata dal presupporre che questi individui collettivi fossero di dim
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R. Rosdolky, Friedrich Engels e il problema dei popoli “senza storia”. La questione nazionale nella rivoluzione del 1848-1849 secondo la visione della “Neue Reinische Zeitung”, Genova: Graphos, 2005.
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