La manipolazione psicologica trascende i ruoli di genere e quelli professionali ed è spesso difficile da riconoscere. Prevale, in chi ne è vittima, una reticenza a raccontarla, a spiegarla razionalmente anche a se stessi: come ho fatto a cascarci? Tocca però provarci, per se stessi e per gli altri; perché, nella vita, quasi a tutti capita di incontrare chi sa come approfittarsi delle vulnerabilità altrui.
L’intellettuale e la ragazza: storia di una manipolazione
L’intellettuale la aspetta accanto alla macchina a noleggio nera parcheggiata in doppia fila. La ragazza gli ha dato appuntamento lungo una strada ampia da cui è comodo prendere l’autostrada. L’intellettuale dondola avanti e indietro sul posto, in apprensione: teme che la ragazza non si presenti. Invece la ragazza si presenta con in mano due bottiglie di vino dorato, e mentre si avvicina all’intellettuale l’automobile le ricorda un insetto dal carapace lucido che scintilla cupo sotto il sole di luglio. Quando la nota, il volto dell’intellettuale si distende e il suo corpo si rilassa. Si muove con enfasi eccessiva verso di lei. Quando sono vicinissimi, lei vorrebbe liquidare il momento dei saluti, ma l’intellettuale la bacia sulle guance con trasporto, mentre la sua mano destra applica troppa pressione sul fianco di lei. Quando l’intellettuale si stacca, la ragazza scrolla le spalle senza cercare di nascondere il proprio fastidio.
“Poggio le bottiglie dietro”. Senza aspettare risposta la ragazza apre la portiera posteriore e si pietrifica alla vista di un bambino di circa otto anni che sta giocando con un NintendoDS.
“Ho portato mio figlio…”, dice lui con il tono di chi non aveva altra scelta.
La ragazza chiede al bambino se può posare le bottiglie accanto a lui. Il bambino non risponde. In realtà la presenza del bambino non è un male, pensa lei. Non ci si può comportare come si vuole davanti a un bambino qualunque, figuriamoci poi se è tuo figlio. La ragazza davanti all’intellettuale non avverte il consueto obbligo sociale femminile di interagire con il bambino: non vuole piacere al padre in nessun modo, vorrebbe anzi essergli repellente, desiderio che in un modo perverso la fa sentire libera.
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L’intellettuale e la ragazza si sono conosciuti online qualche mese prima, durante la pandemia. Lei aveva trascorso la sua reclusione in un appartamento spoglio, e quando l’intellettuale le aveva scritto aveva appena lasciato per telefono un ragazzo gentile di cui non si era innamorata. Alla ragazza scrivevano tantissime persone, e di norma lei non rispondeva. Durante il dottorato in lettere il suo professore era morto, e con lui le sue possibilità di proseguire la carriera accademica. Aveva accettato il posto che le aveva offerto un’amica di sua madre nella redazione di un programma radiofonico sui libri, e così si era trovata a leggere i libri più disparati e a scrivere domande per il conduttore. Con il passare del tempo era anche diventata l’unica responsabile del blog del programma, in cui era libera di parlare estesamente dei libri citati, ma anche di libri che interessavano lei e basta. E ancora, qualche mese più tardi, essendo giovane e ragionevolmente carina, le avevano chiesto di occuparsi dei social del programma, e così aveva iniziato a mostrarsi su un account piuttosto seguito mentre raccontava di cosa si era parlato durante la settimana o mostrava i dietro le quinte di ciò che avveniva in studio.
A quel punto avevano iniziato a seguirla in parecchi, soprattutto uomini, ma anche qualche donna entusiasta, e sia gli uni che le altre le scrivevano, spesso mascherando proposte sessuali con consigli letterari. La sproporzione tra i messaggi ricevuti e le sue mancate risposte la faceva sentire al sicuro. Il bisogno e la sua assenza sono valute, e per la ragazza ogni comunicazione disattesa si andava ad accumulare alle altre, ai nomi di uomini e donne che avrebbero voluto un contatto con lei, effimero o profondo che fosse. Alla ragazza pareva che quel gruzzolo di persone rappresentasse una sorta di investimento: le loro richieste di attenzione sommate colmavano il bisogno di lei di cercarne sia ora sia nel futuro; e allora un giorno in cui magari si sarebbe sentita sola avrebbe potuto contare su coloro che in passato l’avevano pensata, nell’illusione che il desiderio altrui rimanesse immutato nel tempo, permettendole così di emanciparsi una volta per tutte dal ruolo di chi anela nel gioco umiliante della seduzione, di cui non era certa di conoscere le regole.
“La ragazza si presenta con in mano due bottiglie di vino dorato, e mentre si avvicina all’intellettuale l’automobile le ricorda un insetto dal carapace lucido che scintilla cupo sotto il sole di luglio”.
L’intellettuale si era insinuato nei messaggi Instagram della ragazza rispondendo in modo acuto alla foto di una pagina di Puer Aeternus di James Hillman. Poi aveva commentato quanto fosse evocativo uno scorcio della città che la ragazza aveva fotografato. Poi le aveva mandato il video di un cucciolo di corgi che si guarda allo specchio per la prima volta in risposta alla foto del cane di una vicina che la ragazza aveva postato. Poi, quando la ragazza aveva fotografato un’altra pagina, questa volta scritta da Karen Blixen, l’intellettuale le aveva chiesto se avesse mai letto Martha Nussbaum. Lei non aveva neanche mai sentito nominare Martha Nussbaum. La ragazza a quel punto aveva chiesto a un amico chi fosse quell’uomo: “Un tizio che interpreta un intellettuale”. Risposta superflua. Se la ragazza avesse dovuto iniziare a frequentare solo persone aderenti a se stesse – qualunque cosa volesse dire – tanto sarebbe valso scegliere la via eremitica. Così la ragazza aveva deciso di rispondere all’intellettuale. L’intellettuale le aveva chiesto la mail per inviarle il pdf di Love’s Knowledge – essays on philosophy and literature di Martha Nussbaum. Il messaggio d’accompagnamento diceva solo: “Mi interessa sapere che ne pensi”. La firma in calce alla mail dell’intellettuale recitava i suoi ruoli accademici nelle università inglesi e americane più prestigiose. La ragazza non aveva trovato strano che l’intellettuale le avesse scritto dalla mail professionale, e aveva iniziato a leggere, trovando le premesse teoriche del libro – la dimostrazione che dal rapporto tra stile, forma e narrazione di un’opera letteraria emerga la filosofia etica dell’autore – vagamente scontate e sorprendendosi per l’assenza di ironia dell’autrice nell’analizzare l’opera di Beckett, constatazione che le aveva fatto interrompere la lettura.
Ma nella casa spoglia il tempo non passava mai; la ragazza leggeva che fuori dall’appartamento stavano morendo centinaia di migliaia di persone, eppure queste persone erano irreali: invisibili e astratte, esistevano solo come nomi, a differenza della dolcezza tangibile dei pallidi rami degli alberi fuori dalla sua finestra che erano già tempestati di gemme lucide e si protendevano verso il cielo celeste, e la ragazza guardandoli aveva la sensazione di essere naufraga dentro se stessa. “Lo sto trovando affascinante”, aveva risposto all’intellettuale dopo qualche giorno, “preferirei leggere qualcosa di tuo però”. L’intellettuale le aveva mandato il pdf del suo ultimo romanzo. Raccontava la storia di un accademico britannico piuttosto depresso che, prigioniero di una certa theory inglese che vaticinava l’imminente fine del mondo a causa del neoliberismo, riceveva una lettera da un suo vecchio compagno di studi che gli chiedeva di raggiungerlo in Brasile, e da lì il romanzo mostrava il suo impianto picaresco, dichiaratamente ispirato a Cervantes, dove il protagonista si trovava alle prese con sciamani amazzonici, relazioni di cura e piccoli spiriti luminosi che vivevano negli alberi e nei fiori e nei fiumi.
Il romanzo aveva riscosso un successo mondiale ed HBO aveva comprato i diritti per la realizzazione di una serie, ragion per cui l’intellettuale, fino agli esordi della pandemia, aveva trascorso parecchio tempo sui set tra Brasile e Stati Uniti. Il successo del libro aveva violentemente espulso l’intellettuale dalla cerchia dei suoi colleghi inglesi, che ora lo reputavano poco rigoroso e guardavano con sospetto ai suoi interventi sui quotidiani e alle sue comparsate in televisione.
Allegato alla mail per la ragazza, oltre al romanzo, c’era un altro testo: si trattava di un discorso tenuto in una qualche occasione prestigiosa; nella mail l’intellettuale indicava anche il nome di chi glielo aveva commissionato: si trattava di uno degli artisti contemporanei più in voga del momento.
Questo secondo testo era più intimo, scriveva l’intellettuale nella mail. La ragazza non aveva trovato strano che un testo intimo fosse stato letto di fronte a una platea. A differenza del libro, che non aveva suscitato la curiosità della ragazza, questo secondo file le era parso più interessante. Raccontava di come l’intellettuale avesse iniziato a interpretare la vita dopo il suicidio della madre. La ragazza era rimasta molto colpita dalla notizia, che l’aveva riscossa dal proprio languore. Coltivava la tacita convinzione che un dolore tale potesse sortire due effetti distinti sulla vita dell’individuo che avesse saputo cosa farsene: primo, avrebbe conferito all’individuo una saggezza e una sensibilità fuori dal comune; secondo, avrebbe reso l’individuo più intelligente, soprattutto se quest’ultimo avesse operato in campi diciamo umanistico-creativi. L’elaborazione di un evento così devastante avrebbe insomma necessariamente condotto all’ampliamento della vita psichica e intellettuale di chiunque non fosse un sasso. Sempre via mail, la ragazza aveva allora rivelato all’intellettuale del rapporto complicato con il proprio zio, che quando lei era bambina le era molto vicino, e che poi era diventato eroinomane anni prima, tentando il suicidio in due occasioni distinte.
L’intellettuale aveva risposto che si trattava di una coincidenza incredibile; una similarità tra situazioni scoperta così, per caso, e si era complimentato per il modo in cui la ragazza gli aveva raccontato della sua esperienza con i furti e la violenza attuata dallo zio nel corso del tempo per procurarsi la droga. “Scrivi benissimo, te lo devo dire, spero questo complimento non venga preso nel modo sbagliato, ma sono mesi che leggo tutto ciò che scrivi e ti trovo bravissima”. Qual era il modo sbagliato? La ragazza non avrebbe saputo dirlo, e aveva cercato di ignorare la sensazione lievemente vischiosa che quella frase le aveva lasciato. Invece, gli aveva chiesto cosa fosse successo esattamente alla madre.
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In macchina la ragazza mette la musica altissima per evitare di fare conversazione, ma l’intellettuale continua ad abbassare il volume facendo domande a caso, all’inizio con tono sottomesso e compiacente ma poi, davanti al rifiuto di lei di fare conversazione, sempre più intriso di odio. “Perché fai così?”, chiede infine sibilando per non farsi sentire dal figlio, che comunque preso com’è dal videogioco non avrebbe sentito un bel niente. Per la ragazza quella domanda corrisponde alla scena di un film comico o di un cartone animato, quando un personaggio goffo riordina superficialmente una casa sbattendo tutti gli oggetti alla rinfusa in uno sgabuzzino la cui porta palpita per la pressione della massa, rischiando di franare addosso al malcapitato che la dovesse aprire.
La ragazza alza di nuovo il volume e si mette a cantare assieme a Taylor Swift Blank Space, mentre l’intellettuale borbotta: “Musica da parrucchiera”. La ragazza lancia un’occhiata all’orologio sul cruscotto. La loro destinazione non è lontana. L’invito per il pranzo è arrivato a entrambi separatamente, nessuno sa della loro frequentazione. Gli ospiti sono persone ricche che, appena terminato il periodo di confinamento, hanno affittato una villa sulle colline per sfuggire alla città durante gli strascichi della pandemia. La ragazza ne conosce un paio superficialmente, l’intellettuale pure. Entrambi, per ragioni diverse, nutrono pregiudizialmente poca stima nei loro confronti. Mentre Taylor Swift canta ‘Cause we’re young, and we’re reckless / We’ll take this way too far / It’ll leave you breathless, mm / Or with a nasty scar la ragazza si gode l’insofferenza dell’intellettuale e guarda il nastro argentato degli alberi scorrere attorno all’auto.
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La madre dell’intellettuale era una matematica. Dai racconti dell’intellettuale si capisce che ci doveva essere stato un momento in cui era stata una donna gioiosa, capace di levigare il carattere del marito, un uomo tetro e tagliente che non era mai riuscito a evadere da se stesso. Quando l’intellettuale era bambino la sua vita era una festa. L’energia di lei compensava la modestia dei loro mezzi: era in grado di costruire fortezze formidabili e coloratissime fatte di sole lenzuola e manici di scopa, raccoglieva piccole sfere di gomma in un secchio che rovesciava sul pavimento della cucina assieme al figlio, godendosi la frenesia dei rimbalzi di quelle centinaia di palline che schizzavano in alto fino a toccare il soffitto, e poi si divertiva ancora di più a recuperarle una a una, e una volta terminata la ricerca sorrideva al bambino scarmigliata e con gli occhi lucidi, pronta per una nuova avventura. Per il compleanno del piccolo intellettuale legava assieme decine e decine di palloncini fino a ottenere la sagoma di una persona grande il doppio di un uomo normale, e poi invitava tutti i compagni del figlio a casa, gli bendava gli occhi, e chiedeva loro di far scoppiare un solo palloncino alla volta con uno spillone, e a ogni schiocco i bambini si sbellicavano e lanciavano gridolini acuti, e lei più di tutti loro. Poi prendeva la torta appena sfornata e distribuirla in giro, senza dimenticarsi del marito, che in quelle occasioni si guardava bene dall’uscire dal proprio studio.
Ma quell’energia, si sarebbe capito in seguito, non era che la scia di una fase ipomaniacale che, sbiadendo, avrebbe lasciato spazio a un episodio depressivo maggiore. Lo psichiatra che l’aveva avuta in cura nel reparto al pianterreno dell’ospedale durante il suo primo crollo dalle sfumature psicotiche – la donna era convinta di riuscire a sentire la presenza di San Francesco accanto a sé, ma per qualche ragione il santo ce l’aveva a morte con lei e non faceva che rinfacciarle i suoi peccati – aveva convocato padre e figlio e aveva scandito bene queste espressioni: episodio depressivo, fase ipomaniacale, crollo psicotico. Il padre dell’intellettuale era un uomo impreparato a quel genere di cose. “In fondo gli pareva che mia madre stesse recitando quella parte per ragioni che gli erano incomprensibili, e così la trattava come se gli fosse stato possibile smascherarla approfittando della prima occasione utile”, le aveva raccontato. La voce dell’intellettuale è indimenticabile, aveva pensato la ragazza ascoltandolo. Punteggiata di esitazioni e inciampi come per addolcire una componente più feroce, sembrava fil di ferro avvolto nell’ovatta: lì dove il cotone si è usurato, punte metalliche squarciano la patina di timidezza tradendo un’assertività arrogante eppure stranamente disperata.
Una mattina, la madre dell’intellettuale si era alzata dopo molti mesi lugubri animata da un’energia simile a quella che la abitava durante i compleanni del figlio, anche se più irrequieta. Era andata a svegliare il bambino bisbigliandogli in un orecchio che quel giorno non sarebbe andato a scuola. Dovevano solo aspettare che il padre uscisse e poi sarebbero andati a fare il primo bagno dell’anno. Il piccolo intellettuale aveva protestato debolmente – era pur sempre febbraio – ma in fondo era così felice che lei gli proponesse un’avventura che si era lasciato convincere. Una volta sulla spiaggia, la madre aveva estratto dalla borsa due lattine di coca cola – bevanda vietatissima a casa – e gliene aveva offerta una. Il bambino aveva solo finto di bere, non voleva sciupare l’euforia della madre, ma aveva freddo, la giornata era grigia, era mattina presto e lui non voleva nessuna coca cola. Senza farsi vedere l’aveva versata poco alla volta sulla spiaggia, guardando il liquido scuro rapprendersi nella sabbia mentre la madre correva, calciava le onde con la punta dei piedi, e poi tornava da lui con gli occhi di nuovo, finalmente, lucidi. Infine si era spogliata, aveva chiesto al bambino di fare lo stesso, e poi, sorda alle lamentele di lui, lo aveva preso in braccio stringendolo al petto e si era incamminata verso il mare. L’intellettuale ricordava ancora l’acqua verdastra, il vento sferzante, il corpo di sua madre caldo che lo stringeva a sé a contrasto con l’acqua gelida che gli lambiva i piedi, poi le cosce, il torace, il mento.
Lo avevano ritrovato sulla spiaggia, nudo, accanto a due lattine di coca cola. Dalle analisi sarebbe venuto fuori che la madre aveva corretto le bibite con un miscuglio di sonniferi e barbiturici. Erano stati i primi a farle perdere conoscenza e ad allentare la presa sul bambino, che era riuscito a nuotare fino a riva. I secondi non avevano neanche avuto modo di fare effetto: era annegata quasi subito, abbandonandosi al suo piano con così tanta devozione da rendere superflue ulteriori cautele.
“Non riesco a immaginare una persona che si sveglia una mattina e decide di ammazzarsi”, aveva osservato la ragazza.
“A me invece sembra la cosa più naturale del mondo”, aveva risposto l’intellettuale, come se il suicidio fosse un gesto che gli si annidava dentro da sempre, un segreto che sua madre gli aveva rivelato, una scelta percorribile in ogni momento, anche ora, mentre parlava con lei.
“Quando l’intellettuale era bambino la sua vita era una festa. L’energia di lei compensava la modestia dei loro mezzi: era in grado di costruire fortezze formidabili e coloratissime fatte di sole lenzuola e manici di scopa”.
Doveva essere così che funzionava con alcuni suicidi, aveva pensato la ragazza: l’idea della tua morte è un ronzio che si fa via via più assordante mentre i giorni scorrono e tu lavi i piatti, fai la doccia, ceni con gli amici, vai al lavoro, e intanto il ronzio cresce di intensità, ma essendo simile a un rumore bianco riesci a coniugarlo a tutto il resto, finché una mattina ti svegli e il ronzio ha attutito tutti gli altri suoni che ora sono lontanissimi anche se vicini, come quando si è in aereo e dopo qualche ora non si sente più neanche quello che la hostess ti chiede a un centimetro di distanza: a quel punto non ti rimane che il ronzio.
Il padre dell’intellettuale era una persona gretta. Non si interessava alla cultura del figlio, anzi, nonostante le sue suppliche, lo aveva spedito a studiare in un Istituto Tecnico Agrario, con l’ordine di trovarsi un lavoro che avesse a che fare con la terra. L’intellettuale aveva frequentato la scuola come in apnea, correndo in biblioteca ogni volta che poteva. L’intellettuale le raccontava della biblioteca dalle pareti grigie, con pochi libri scompaginati, dove però aveva imparato il latino da solo leggendo Lucrezio, poi Seneca, e poi Sant’Agostino e tutti coloro che gli avevano parlato da luoghi e tempi remoti, senza che quelle distanze attutissero il suono squillante e libero delle loro voci, che a tratti si confondevano con quella della madre. La ragazza si era commossa a immaginarlo tra quei libri, e gli aveva raccontato che da poco aveva letto una biografia di Enrico Fermi, dove si raccontava che da ragazzino anche lui trascorreva il proprio tempo a leggere trattati di matematica in latino, spesso libri del Settecento che ancora si potevano trovare nelle bancarelle di Campo De’ Fiori, quando l’Italia era analfabeta e i libri avevano valore per pochissime persone, condizione che per ragioni opposte era curiosamente simile a quella attuale.
“Mi piacerebbe prendere un caffè o bere qualcosa quando tutto questo finisce”, gli aveva detto la ragazza. “Verrei io a Londra, ho degli amici lì da cui potrei stare”. “Mi renderebbe felice”, aveva balbettato lui. Così in un primo momento alla ragazza era piaciuto immaginarsi l’intellettuale nel suo appartamento sbilenco – lui l’aveva descritto così – al piano superiore di una villetta in mattoni grigi mentre cucinava, progettava e costruiva una libreria, studiava fino a notte fonda. Le pareva la vita piacevole di un uomo adulto, improntata a una solitudine che ne aveva plasmato la routine in un’atmosfera di serenità venata di malinconia che incoraggiava la riflessione e il pensiero. Anche il suo professore di dottorato era un uomo di quel tipo, e una volta le aveva mostrato casa sua invitandola a cena con la moglie, una donna colta (la traduttrice di Freud!) che dipingeva paesaggi pieni di ombre e parlava tantissime lingue. Quella era una bella vita, aveva pensato la ragazza.
La ragazza aveva cercato tutti i video esistenti dell’intellettuale per studiarne l’aspetto fisico: l’intellettuale era brutto. Li aveva mandati a una sua amica che le aveva dato ragione: brutto. “Ma non c’è nulla di male”, aveva aggiunto l’amica. “Non mi pare un problema il fatto che lui sia più o meno brutto, il problema, semmai, è che tu lo trovi brutto”. La ragazza si era chiesta se questa percezione non potesse mutare nel tempo. In alcuni video le pareva meno brutto che in altri, e allora si sentiva sollevata, salvo poi incappare in qualche altra intervista che riconfermava la sua impressione iniziale. La ragazza si era chiesta se avrebbe dovuto cambiare atteggiamento nei confronti dell’intellettuale. Forse sarebbe stato meglio troncare di netto quell’amicizia che riecheggiava, almeno dal canto dell’intellettuale, sentimenti di una qualità affettiva diversa da quelli della ragazza. Ma poi si era detta che in fondo sia lei sia l’intellettuale, anzi, soprattutto l’intellettuale, erano adulti, e non ci sarebbe stato nulla di male nell’esplorare i limiti di un rapporto, consapevoli che, nella vita, la maggior parte dei sentieri intrapresi scompare nell’erba alta. Aveva però continuato a tenere traccia delle rappresentazioni dell’intellettuale su internet, nella sempre più esile speranza che il suo aspetto fisico potesse contare di meno al maturare della loro amicizia. Non succedeva mai.
Oltretutto l’intellettuale si conciava in modo assurdo, con abiti alla moda che forse sarebbero stati bene a un modello omosessuale di vent’anni, ma che sull’intellettuale pendevano come la carta regalo su un pacchetto confezionato da un bambino. E poi, l’intellettuale aveva un debole per il jet set luccicante attraversato da attrici, modelle, direttori creativi, artisti, e seminava complimenti vacui sui social, ricevendone di altrettanto futili. Spesso alla ragazza sembrava che molte di quelle persone, intellettuale compreso, non avessero amici, ovvero persone pronte a dir loro le verità importanti: quella giacca ti sta orribilmente, queste persone con cui ti fotografi non sono tue amiche. La ragazza aveva provato con delicatezza a indagare quell’aspetto della vita dell’intellettuale chiedendogli cosa ci trovasse in questo o quello stilista o in quella direttrice di magazine di moda, ma lui rispondeva enfaticamente cose del tipo: “In un momento di difficoltà l’ho incontrata a una cena di gala e abbiamo parlato di cose intime e ti assicuro è una persona piena di luce che aiuta chi la circonda anche solo con la sua presenza”. Quando parlava di quella gente spumosa, alla ragazza sembrava che l’intellettuale ne sposasse il piano di comunicazione senza porsi troppe domande, e che soprattutto scambiasse continuamente la confidenza con l’intimità, dove l’una è ingannevole quanto la lingua che la esprime, l’altra è reale perché comunica in assenza di parole.
Ma poi le sorgeva anche un altro dubbio, ovvero: chi era lei per sparare quei giudizi? In fondo l’intellettuale era l’intellettuale e gli stilisti erano gli stilisti, persone che erano riuscite a scalzare tutti i loro concorrenti su per la scala che conduce al successo e alla notorietà, mentre la ragazza era la redattrice di un programma radio, evidentemente non abbastanza ambiziosa né speciale da poter dire di aver raggiunto chissà quale traguardo. Magari oltre una certa soglia di successo professionale e artistico le relazioni mutano e diventano qualcos’altro, offrono un nuovo tipo di riconoscimento, non è più importante che la giacca ti stia male, è importante cosa simboleggia quella giacca: una rinascita, una nuova vita lontana dal passato condiviso con il resto della popolazione alla quale un tempo si somigliava.
La ragazza non voleva pretendere di saperla più lunga di quelle persone luminose. Poteva anche darsi che superata quella soglia la bellezza non contasse più. L’intellettuale le raccontava di liaison con attrici americane straordinariamente belle incontrate sul set della sua serie televisiva, e la ragazza non aveva ragioni per non credergli. Sua madre le aveva sempre detto che l’ossessione per l’estetica era una faccenda recente: quando era giovane lei, negli anni Settanta, le persone ci facevano meno caso e si innamoravano per altre ragioni. La ragazza credeva a sua madre e per questo una parte di lei era convinta che in fondo, con un po’ di buona volontà, ci si potesse innamorare a prescindere dall’aspetto fisico. E così continuava a cercare nuovi video, nella speranza che da una certa angolazione o con un abbigliamento più ortodosso, l’intellettuale le potesse risultare attraente.
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La villa sorge su una radura nascosta alla vista dalle siepi di carpini e roverelle dal fogliame verdissimo. Dopo averle oltrepassate, la ragazza e l’intellettuale sono colpiti dal colore caldo della pietra dell’abitazione a contrasto con il verde che la circonda, che, più si allontana verso l’orizzonte, più stinge in un azzurro e un giallo freddi. Dal cancello si giunge al retro della villa, dove tre gradini fiancheggiati da gerani fioriti conducono a una porticina che si apre su una cucina accogliente in legno scuro e marmo sbeccato dal tempo. La ragazza entra per mettere in frigo le bottiglie, seguita dall’intellettuale e il figlio. Le donne che affollano lo spazio hanno qualche anno più di lei, indossano il reggiseno sotto abiti meno scanzonati dei suoi e portano gioielli poco vistosi. Quando vedono il figlio dell’intellettuale si prodigano in salamelecchi e domande, mentre la ragazza si affretta a dire a tutte: “Non è mio”.
Le donne accompagnano i nuovi arrivati attraverso corridoi e stanze sonnacchiose fino alla veranda che dà sul giardino anteriore. La veranda è incantevole, occupata da scrittoi, poltrone e paralumi pieni di frange, riceve la luce del sole filtrata dalle vetrate rosa che danno all’atmosfera la tinta del ricordo. Una porta a vetri dà sul giardino, dove una fila di panche e tavoli di pietra bianca corre all’ombra di un frassino esausto mentre, qualche metro più in là, un drappello di uomini si agita attorno a un barbeque. Un uomo in camicia di lino azzurra con le maniche arrotolate fino ai gomiti porge alla ragazza e all’intellettuale due bruschette dorate su cui poggiano pomodori lucidi d’olio. La ragazza ringrazia e perlustra con lo sguardo il giardino alla ricerca di qualcosa da bere. Una volta individuato il tavolo degli alcolici si lascia alle spalle l’intellettuale che è stato fermato da una coppia di giovani dai volti pallidi. Dopo aver conquistato il proprio bicchiere, la ragazza si avventura ai margini del giardino, accompagnata dal brusio degli ospiti che impregna l’aria. La ragazza inspira profondamente: non è più sola con l’intellettuale, è pieno di gente, può rilassarsi.
L’intellettuale chiedeva insistentemente alla ragazza di fargli leggere quello che scriveva. La ragazza aveva da poco preso accordi con una piccola casa editrice che le avrebbe pubblicato un romanzo breve sulla storia di tre amiche durante gli anni universitari. Dopo la firma del contratto, la ragazza era salita su un autobus alla volta di casa sua e, seduta sul sedile di plastica rosso, aveva attraversato la città provando uno slancio di affetto per il traffico rutilante, i lampioni, i cani e le persone infagottate nei piumini alle fermate. Ma poi con il passare dei giorni, delle settimane e infine dei mesi si era dovuta arrendere al fatto che il testo che aveva presentato all’editore non sarebbe andato da nessuna parte, ed era sprofondata in uno stato di letargia ansiosa. Aveva mandato all’intellettuale ciò che aveva scritto, e lui si era prodigato in complimenti e l’aveva pregata di proseguire. Lei aveva obbedito. Per qualche settimana, ogni giorno si sedeva alla scrivania e accumulava parole, frasi e pagine, che mandava all’intellettuale, che le lodava senza riserve e di rimando le raccontava le sue giornate, trascorse nel piccolo appartamento londinese a cucinare,
Le illustrazioni del racconto di Irene Graziosi sono realizzate da ZUZU.
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