Articolo
Christian Raimo

Per capire il mondo serve più geografia e meno geopolitica

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Cultura politica scuola

Svalutata, vilipesa, studiata poco e male, la geografia non se la passa bene, proprio oggi che ne avremmo più bisogno. La sua crisi, frutto anche di riforme scolastiche sbagliate o mancate, coincide con il successo della geopolitica, che imperversa in tv, sui giornali, nel dibattito pubblico. E questa non è una buona notizia.

Che posto è questo?

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Qualche settimana fa entro in una classe, una quarta mi sembra (insegno filosofia e storia in un liceo scientifico), a fare supplenza, chiedendomi come sempre e chiedendo agli studenti se il buco gli serva per ripassare – una verifica, un’interrogazione di massa – oppure se sta a me inventarmi un’alternativa al completo cazzeggio o alla completa noia. Non lo so, prof, mi rispondono, possiamo continuare? – metà della classe è fuori; l’altra metà in aula. 

Stanno giocando, alla lavagna elettronica collegata alla rete, a Geoguessr.

Io non ho idea di cosa sia, me lo spiegano: è un gioco per browser il cui obiettivo è indovinare, a partire da pochi elementi, dove si trovi il luogo mostrato da un’immagine di Google Street View fornita randomicamente dall’algoritmo”.

Le scritte che possono dare degli indizi troppo facili – le indicazioni stradali, le bandiere – sono spesso blurrate. 

Si fa presto a entrare in fissa per Geoguessr, se si ha un minimo di nerditudine o ci si ingarella facile per le gare a tempo. Per esempio: uno studente esperto di alberi, butta lì Norvegia o Svezia se scorge conifere che –  secondo lui – è probabile che crescano nei paesi scandinavi; molti ovviamente cercano di decrittare le lingue che si vedono nelle pubblicità o sulle insegne dei negozi, anche se, quando in inglese, non sono poi così utili per individuare se quello nella foto è il Canada, il Regno Unito, la Nuova Zelanda. Io ne ho tentate quattro, cinque; un paio completamente toppate, un paio giuste, una mi sono avvicinato. Loro tutti non se la cavavano affatto male. 

Questa session di Geoguessr è stata un’importante eccezione alla regola. La regola è che la geografia, in ogni sua forma, non esiste quasi più nella scuola italiana. 

Quando prendo una classe dall’inizio del triennio, una delle prime attività che propongo in classe è quella di segnare nomi di nazioni e di capitali su una cartina muta dell’Europa: sarebbe abbastanza velleitario altrimenti introdurre basso medioevo al suo termine o fine dei poteri universali (Chiesa, Impero) o la nascita degli stati nazionali, senza conoscere nemmeno posizioni, dimensioni, confini degli stati attuali. 

Spesso questo esercizio crea il panico. La misconoscenza geografica è trasversale; anche quelli bravi hanno lacune immense. La ex Jugoslavia può essere un grande buco nero, l’est europeo postsovietico, nonostante due anni di guerra russo-ucraina, anche peggio. Dove è la Moldavia? Quale è la capitale? Dove il Kosovo? E la capitale del Montenegro? Ma questa non è la Polonia? Non ho capito, Slovacchia o Slovenia? Che cos’è, il Liechtenstein? Ce ne sono certo almeno due-tre a classe che, al contrario, sono preparati come per un quiz da Trivial su tutto, capitali del mondo, bandiere, persino sull’Africa interna o sul Sud-est asiatico. Ma la maggior parte degli altri confessano la nuda realtà scolastica: prof, geografia non l’abbiamo fatta. 

Non l’hanno fatta. Alle superiori la geografia non è, nei fatti, una materia di studio, al massimo è una curiosità per i giochi online. Le ore di geografia in molti indirizzi superiori di secondo grado sono zero. Sì, è vero, resta, come geneticamente modificata, una materia nuova che da qualche anno fa parte del curriculum formativo di molti licei, che si chiama geostoria, una disciplina evidentemente senza nessuno statuto, ma quanto ha a che fare con lo studio della geografia? Alle superiori di primo grado, le ore di geostoria si perdono nelle ore di lettere, lasciate all’autonoma programmazione dei docenti. E se chiedete agli studenti vi diranno che quando fanno geostoria tolgono il geo- e fanno solo storia, sia perché spesso i docenti non sono preparati, sia perché spesso anche per fare tutta storia, da homo abilis al tardoantico, tre ore settimanali sono poche. (Alla primaria le ore di geografia sono due, quanto quelle di religione). 

Come è accaduto questo disastro? L’ultimo funesto macigno si è scagliato sulla scuola italiana tredici anni fa: l’entrata in vigore della riforma Gelmini. Allora uscì un libro che era una raccolta di riflessioni di geografi, che si potrebbe ripubblicare oggi senza nemmeno una rilettura di bozze. A scuola senza geografia?. Lo editava Carocci e lo curava Gino De Vecchis, che era ordinario di Geografia alla Sapienza di Roma e presidente dell’Aiig, l’Associazione italiana insegnanti di geografia.

Il testo era un bilancio allarmato di quello che era accaduto – almeno da fine Novecento (leggi: riforme di Luigi Berlinguer) – e stava accadendo all’insegnamento della geografia a scuola: alle mancate, contorte, sbagliate riforme era seguita l’apocalisse, la disastrosa controriforma Gelmini, che aveva eliminato la geografia anche da quegli indirizzi tecnici dove c’era una tradizione consolidata (il nautico, l’agrario, ambiente e territorio) e aveva introdotto questo ircocervo della geostoria. I geografi a raccolta mostravano più di una perplessità, mantenendo forse per galateo accademico un beneficio del dubbio, che però si sarebbe dimostrato assolutamente malriposto, tenendo anche conto che nei professionali e nella maggior parte dei tecnici, nemmeno la carità di un insegnamento di geostoria veniva elargita! 

“Come è accaduto questo disastro? L’ultimo funesto macigno si è scagliato sulla scuola italiana tredici anni fa: l’entrata in vigore della riforma Gelmini”.

Tutto quello che poteva andare male è andato peggio. Già allora si sottoscrivevano appelli che rischiavano il nitore accecante dell’ovvio pur di chiarire l’importanza di una cruciale battaglia educativa. Ecco un brano di quello scritto dall’Aiig, l’Associazione italiana insegnanti di geografia, nel 2010: 

“Fare geografia a scuola vuol dire formare cittadini italiani e del mondo consapevoli, autonomi, responsabili e critici, che sappiano convivere con il loro ambiente e sappiano modificarlo in modo creativo e sostenibile, guardando al futuro. Nei nuovi curricoli dei licei e degli istituti tecnici e professionali in via di definizione la geografia scompare del tutto o è fortemente penalizzata. I sottoscrittori di questo documento ritengono che privarsi degli strumenti di conoscenza propri della geografia, in una società sempre più globalizzata e quindi complessa, significa privare gli studenti di saperi assolutamente irrinunciabili per affrontare le sfide del mondo contemporaneo”. 

Nell’antologia Carocci i toni da Geremia si alternano a quelli da Savonarola: l’importanza della geografia è da sempre enorme, viene rimarcato (Franco Farinelli non esagera definendola “la forma archetipica del sapere occidentale, la matrice di ogni nostro modello di pensiero” e ricordando che in fondo quelli che a scuola si studiano come i primi filosofi, i presocratici, i monisti ionici, venivano definiti da Strabone “geografi”), e la geografia è ovunque, si aggiunge: la storia avviene nello spazio geografico, l’italiano ha sua geografia, le scienze devono localizzare i processi di cui parlano, così la filosofia, l’arte, le lingue ovviamente. 

Nel nuovo secolo, preoccupati dalle profezie di fine della storia e dalle varie forme di presentismo, ci siamo scordati della compressione dello spazio? ci si chiedeva già allora – Cristiano Giorda scriveva: “Fare geografia significa educare l’intelligenza spaziale. […] La dimensione spaziale è spesso sottovalutata rispetto a quella temporale, non comprendendo il ruolo che i luoghi hanno avuto e hanno tuttora nella diffusione delle idee e nei processi di trasformazione del mondo contemporaneo. […] La geografia è diventata una disciplina marginale, che nelle scuole secondarie di secondo grado può anche non esserci, o essere limitata a un biennio. Questa idea avrebbe senso se la geografia sviluppasse unicamente competenze specifiche, settoriali”. 

A scuola senza geografia? può sembrare una reliquia editoriale, l’ultimo grido – perfino garbatamente allarmistico, a dire il vero – prima della interminata sventura che sono stati gli ultimi dodici anni della scuola italiana dopo la calamità Gelmini. Così, al netto della prospettiva disciplinare, questi temi tornano ciclicamente, come fotografie di un incendio che nessuno evidentemente si premura di spegnere o almeno di contenere. 

Sul numero di marzo 2023 della rivista del «Post», «Cose spiegate bene», intitolato La terra è rotonda e dedicato monograficamente alla geografia, c’è un pezzo sull’insegnamento sempre a cura dell’Aiig (oggi il presidente è Riccardo Morri), che dopo aver ripercorso sinteticamente la storia recente del disastro (Berlinguer, Moratti, Gelmini) certifica un immutato stato dell’arte, affondando il coltello in piaghe cronicizzate: “Per come sono organizzate al momento le classi di concorso, i laureati in Geografia non possono insegnare nei licei, a meno che non integrino i propri crediti di laurea con decine di crediti extra in altre materie. Nel biennio dei licei, quindi, la geografia è solitamente insegnata da laureati in Lettere che hanno fatto uno o al massimo due esami di geografia nella loro vita”. 

Questo articolo non parla solo della crisi della geografia nella scuola, ma vuole fare una disamina un po’ più larga, per mostrare una tesi: l’impatto della svalorizzazione della geografia non riguarda soltanto gli aspetti scolastici/educativi, ma si riflette e determina la crisi epistemica germinata dagli anni Dieci, dall’avvento dei social, con il conseguente aumento di valore del filtro delle bolle, le propagande tossiche, la postverità. Con la riduzione del sapere geografico, ci siamo persi anche un pezzo, un bel pezzo, di sapere democratico. 

Per riflettere su questo, torniamo alla classe. 

Perché a me la questione geografica è venuta in mente all’indomani dell’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre. Come era già accaduto un anno e mezzo prima con l’invasione russa in Ucraina, a scuola noi docenti ci siamo trovati tanto devastati quanto spiazzati: l’impatto di tutte queste guerre dopo la pandemia, insieme a un dibattito pubblico squalificato, colonizzato da retoriche belliciste e propaganda manipolatoria, ci ha lasciato a terra, inermi, anche quelli di noi animati dalla migliore volontà. 

Come parlarne a scuola? Come ragionarne in classe? Non erano questioni astratte, ma urgenti. E parlare di guerre – puniche, dei trent’anni, dei sette anni, dei cento anni, religiose, mondiali – ha avuto immediatamente tutto un altro senso, come se all’improvviso ci dovessimo confrontare con lo sguardo di chi sente che le dispute per un territorio hanno a che fare con la vita e con la morte. 

Nei cataclismi politici, nelle crisi sociali più rovinose, non è male fare i docenti. E infatti chi insegna spesso si fida, alle volte persino si affida al suo ruolo. Nel mio caso ho una ragione in più: la mia fiducia nella didattica è dovuta soprattutto alla possibilità di insegnare storia, perché mi piace pensare, e dichiarare anche, che imparare a usare il metodo storico è come avere nel proprio strumentario l’arma di fine mondo – è un’espressione della mia amica storica Vanessa Roghi, che una volta mi convinse in qualche modo di una metacapacità del metodo storico sugli altri. 

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Ma nei giorni post 7 ottobre la mia convinzione di poter reagire allo sgomento, all’afasia, allo sconcerto e allo strazio indicibile di una carneficina che dava la stura a quello che si presentava da subito come un progetto di guerra senza quartiere – oppure, come definirlo? Un massacro di massa permanente? Un genocidio? –  sembrava indebolita. È vero, entravo in classe con le buone intenzioni, i miei libri, le introduzioni alla situazione mediorientale, volumi sulla storia del conflitto arabo-israeliano, testi di approfondimenti sul sionismo, fotocopie sulla questione ebraica, schemi sulla causa palestinese, l’intifada, gli accordi di Oslo, Rabin e Arafat, e con i miei studenti riuscivamo anche, nonostante tutto, a confrontarci in modo pieno e coinvolgente; ma sentivo come se qualcosa comunque cadesse dolorosamente a vuoto. 

Il dibattito sui media, nel frattempo, si andava progressivamente e rapidamente squalificando e avvelenando, così non dico definire ma persino titolare quello che stava accadendo nella Striscia di Gaza sembrava problematico: i giornali ne davano notizia parlando di guerra Israele-Hamas, guerra Israele-Palestina, invasione di Gaza, o addirittura L’altra guerra (Repubblica, per quasi un mese); il riferimento sottinteso al conflitto russo-ucraino, e anche lì avevamo avuto difficoltà simili a dare un titolo a quello che accadeva. 

Questa impasse chiedeva una riflessione. Non soltanto le persone coinvolte – e chi può non esserlo con quello che vediamo e sappiamo, e spesso non vediamo e non sappiamo, visto il blackout dell’informazione e la strage di giornalisti? – avevano posizioni politiche e etiche differenti, polari, conflittuali, ma avevano categorie interpretative del reale totalmente incommensurabili. 

Era questa la causa dell’impasse? Che la crisi politica si manifesta come una totale crisi ermeneutica e epistemologica? Allo schianto emotivo si accompagna lo scacco della ragione. Se sì, allora che fare? Che fare a scuola? E come stava reagendo il mondo?

A seguire i giornali e la tv, sembrava che di fronte a questa crisi la risposta che si stesse diffondendo nel dibattito pubblico fosse quella di ricorrere sempre più spesso a una nuova disciplina, una disciplina che negli ultimi anni ha avuto una fortuna crescente. Mettere da parte la filosofia, la storia, e in qualche modo persino la geografia, e rivolgersi alla geopolitica. 

“L’impatto di tutte queste guerre dopo la pandemia, insieme a un dibattito pubblico squalificato, colonizzato da retoriche belliciste e propaganda manipolatoria, ci ha lasciato a terra, inermi, anche quelli di noi animati dalla migliore volontà”.

Se sentiamo poco parlare di geografia, è vero invece che dalla pandemia alla guerra in Ucraina alla Striscia di Gaza, il discorso geopolitico ha acquisito sempre più ascolto, autorevolezza, egemonia. Mi sono domandato di che cosa fosse indice, questa fortuna; solo del ritorno della guerra nel nostro immaginario? E, mi sono anche chiesto, in che modo la geopolitica ha a che fare con la geografia?

Un anno fa circa è uscito sul «Guardian» un articolo di Daniel Immerwahr (l’ha tradotto «Internazionale») intitolato Are We Really Prisoners of Geography?, Siamo davvero prigionieri della geografia?

“La guerra della Russia in Ucraina ha riservato molte sorprese. La più grande, tuttavia, è che sia avvenuta. L’anno scorso la Russia era in pace e inserita in una complessa economia globale. Avrebbe davvero interrotto i legami commerciali – e minacciato una guerra nucleare – solo per espandere il suo già vasto territorio? Nonostante i numerosi avvertimenti, anche da parte dello stesso Vladimir Putin, l’invasione è stata comunque uno shock”.

Non per il giornalista Tim Marshall, però. Nella prima pagina del suo libro di successo del 2015, Prisoners of Geography, Marshall invitava i lettori a contemplare la topografia della Russia. Un anello di montagne e ghiaccio la circonda. Il confine con la Cina è protetto da catene montuose ed è separato dall’Iran e dalla Turchia dal Caucaso. Tra la Russia e l’Europa occidentale si trovano i Balcani, i Carpazi e le Alpi, che formano un altro muro. O quasi. A nord di queste montagne, un corridoio pianeggiante – la Grande Pianura Europea – collega la Russia ai suoi ben armati vicini occidentali attraverso l’Ucraina e la Polonia. Su questo corridoio si può andare in bicicletta da Parigi a Mosca.

Si può anche guidare un carro armato. Marshall ha notato come questa lacuna nelle fortificazioni naturali della Russia l’abbia ripetutamente esposta ad attacchi. “Putin non ha scelta”, ha concluso Marshall: “Deve almeno tentare di controllare le pianure a ovest”. Quando Putin ha fatto proprio questo, invadendo l’Ucraina, Marshall ha accolto la cosa con stanca comprensione, deplorando la guerra ma trovandola non sorprendente. La mappa “imprigiona” i leader, aveva scritto, “dando loro meno scelte e meno spazio di manovra di quanto si possa pensare”.

La linea di pensiero di Marshall ha un nome: geopolitica.

Ecco uno dei modi in cui definiamo la geopolitica: una prospettiva teorica per cui le condizioni geografiche e in senso molto ampio quello che sono altre condizioni sociali, antropologiche, politiche, economiche descritte in modo geografico determinano i fatti del mondo. È una prospettiva teorica molto forte, molto suggestiva anzi. E lo è soprattutto se altre prospettive teoriche forti, le ideologie, gli ismi novecenteschi sembrano essere più fragili per interpretare – e disegnare – il mondo. 

La pensa quasi così anche Immerwahr: nella sua visione cinica delle motivazioni umane, la geopolitica assomiglia al marxismo, solo che la topografia sostituisce la lotta di classe come motore della storia. 

“La geopolitica assomiglia al marxismo anche perché molti ne hanno pronosticato la morte negli anni Novanta , con la fine della Guerra fredda. L’espansione dei mercati e l’esplosione delle nuove tecnologie promettevano di rendere i confini inutili e  la geografia obsoleta. “Il mondo è piatto”, dichiarò nel 2005 il giornalista Thomas Friedman. Era una metafora azzeccata della globalizzazione: merci, idee e persone che scivolano senza problemi attraverso i confini. Eppure oggi il mondo sembra meno piatto. Mentre le catene di approvvigionamento si spezzano e il commercio globale vacilla, il terreno del pianeta sembra più scosceso che privo di attriti. La speranza di globalizzazione del dopo guerra fredda era una “illusione”, scrive la politologa Élisabeth Vallet, e ora stiamo assistendo alla “riterritorializzazione del mondo”.

La tesi di Vallet e Immerwahr e diversi altri geopolitologi è che si stia assistendo a una specie di revival se non di backlash: il territorio torna a contare. Persino Vladimir Putin la pensa in fondo così, come ha dichiarato nel famoso discorso del 12 luglio 2021: 

“Nel 1922, quando fu creata l’URSS, di cui la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina divenne uno dei fondatori, un dibattito piuttosto acceso tra i leader bolscevichi portò all’attuazione del piano di Lenin di formare uno Stato dell’Unione come una federazione di repubbliche uguali. Il diritto delle repubbliche di secedere liberamente dall’Unione fu incluso nel testo della Dichiarazione sulla creazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e, successivamente, nella Costituzione dell’URSS del 1924. In questo modo, gli autori piantarono nelle fondamenta del nostro Stato la più pericolosa delle bombe a orologeria, che esplose nel momento in cui il meccanismo di sicurezza fornito dal ruolo di guida del CPSU venne meno, facendo crollare il partito stesso dall’interno. Seguì una ‘parata di sovranità’. L’8 dicembre 1991 fu firmato il cosiddetto Accordo di Belovezh sulla creazione della Comunità degli Stati Indipendenti, in cui si affermava che ‘l’URSS come soggetto di diritto internazionale e realtà geopolitica non esisteva più’”. 

Possiamo leggere l’imperialismo postnovecentesco di Putin come la più cristallina delle ideologie postpolitiche: la reviviscenza dei territori, dei popoli, e certo prima o poi dei carri armati a difesa di. Se togliamo il comunismo restano le tradizioni – “inventate”, come voleva Hobsbawn, o meno, che differenza fa? E ancora più a fondo rimangono pietre, cave, fiumi e monti: come era accaduto nell’ex Jugoslavia. A forza di cercare un’altra mappa per capire il mondo, per Marshall è come se la carta politica perdesse i colori, e tornasse fisica. 

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Certo è una prospettiva deprimente, quasi retrotopica, ma ci sembra convincente? Non lo so, ho pensato, e a forza di leggere ragionamenti simili, mi sono accorto che in questo tipo di retoriche persino disperatamente consolanti nel loro pessimismo, si nascondono forse due piccole fallacie. 

La prima, il realismo geopolitico

Siamo stati abituati nel Novecento a ragionare con una prospettiva storicista, e anche per questo siamo stati abituati a dubitarne. L’arma di fine mondo del metodo storico? Sappiamo come disinnescarla. O almeno sappiamo che è importante poterlo fare, saperlo fare, prima di ritrovarci abbacinati dalla luce del senso storico, e finire per l’essere giustificazionisti. 

Ma se questo strumentario critico si rivela inefficace? Horror vacui. Il sospetto che viene è che, di fronte a queste ermeneutiche novecentesche, quasi come ultima ratio, noi ci rivolgiamo alla geopolitica. Salvaci geopolitica dallo sbando della comprensione del mondo! Ecco che prendiamo la geopolitica come discorso critico sulla storia e le derive storiciste, senza renderci conto che questa prospettiva sia, dal punto di vista epistemologico, ancora più arrischiata. Così sfoglio le pagine di Limes, gli approfondimenti geopolitici ormai seriali nei quotidiani, e sono invaso da informazioni, intuizioni, stimoli, ma dopo un po’ è come se mi sentissi in balia di un’indigestione di suggestioni che non sono come cernere, validare, criticare. 

La geopolitica, che dalla sua nascita, tra Ottocento e Novecento, non è mai riuscita davvero a ritagliarsi uno spazio disciplinare chiaro, oggi è arrivata ovunque: nei talk serali, ma anche nelle trasmissioni tv del pomeriggio, negli inserti. Se faremmo fatica a citare il nome di un geografo, in un secondo invece ci viene in mente qualche geopolitologo. 

Ma perché la geopolitica ha così tanto successo oggi? E che cos’è la geopolitica, per come è intesa nel dibattito pubblico italiano? 

“La geopolitica, che dalla sua nascita, tra Ottocento e Novecento, non è mai riuscita davvero a ritagliarsi uno spazio disciplinare chiaro, oggi è arrivata ovunque: nei talk serali, ma anche nelle trasmissioni tv del pomeriggio, negli inserti”.

Parliamo di uno stranissimo, ambivalente oggetto, molto presente (tanto quanto la geografia è sparita), il cui statuto epistemologico comunque fatichiamo a definire. Perché fatichiamo a definirlo?, mi sono chiesto. Forse perché questa nozione di geopolitica è difficile – forse impossibile – da falsificare? Come facciamo a dire se la geopolitica è una scienza o almeno un sapere? 

Forse la geopolitica è arrivata ovunque perché ha la pretesa di spiegare tutto. Se la geopolitica però spiega tutto, forse non spiega niente. La geopolitica con cui abbiamo a che fare in tv, sui giornali, nel discorso pubblico, sembra essere proprio una prospettiva capace di non sbagliare mai. Sembra inglobare e rovesciare le sue stesse contraddizioni. Così rischiando di essere proprio una pseudoscienza, se non addirittura un modello di pseudoscienza, simulando un fare ricerca in quello che in realtà è fare descrizione.

Il risultato è terribile: appunto, il realismo geopolitico – le cose stanno così perché stanno così, così come le descriviamo .

Seconda fallacia logica: dare per scontato che geografia e geopolitica, nel dibattito pubblico o addirittura a scuola, siano sinonimi o possano essere usati come tali.

Io la penso esattamente all’opposto.

Penso che geografia e geopolitica indichino due prospettive differenti, se non contrapposte. Una è una via lunga, l’altra una via corta. In un certo senso l’una è la versione commerciale dell’altra, il succedaneo dolciastro. Dove la geografia indica una prospettiva di ricerca complessa attraverso una messa in campo di metodologie d’analisi scientifiche (lo sporco lavoro di una scienza sociale), il discorso geopolitico comune simula quella complessità attraverso lo pseudometodo di tutte le pseudoscienze: trasformare le questioni in essenze. 

Quando diventa molto evidente che una pseudoscienza sia tale? Proprio quando vuole darsi una legittimità scientifica. Così l’astrologia per esempio non risulta più facilmente riconoscibile come non-scienza o come pseudoscienza proprio quando cerca di indossare i panni della scienza, imitandone il suo discorso senza sapere percorrere il suo metodo. 

Allo stesso modo, la geopolitica. Arriviamo all’esempio paradigmatico, analizziamo la fenomenologia della geopolitica nel discorso pubblico avvenuto in Italia nell’ultimo anno, a partire dalla sua versione più eminente: il caso Dario Fabbri, ex collaboratore di Limes; fondatore di un’altra sua rivista di geopolitica, Domino; presenza assidua in tv e alla radio e un po’ ovunque. 

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Ma non ci interessa tanto il fenomeno mediatico. Se vogliamo davvero capire la deriva mistica con cui ci si presenta questa scienza prendiamo piuttosto le sue esposizioni teoriche. Le pagine introduttive di Geopolitica umana di Fabbri, contengono la sua premessa metodologica. Non potendo citarle tutte per esteso, proviamo a ritagliarne alcuni passi però consistenti. Tutti pienissimi di definizioni. 

Sono citazioni molto lunghe, ma la loro lunghezza credo sia utile a mostrare come il giudizio che ne possiamo dare non sia decontestualizzat

Christian Raimo

Christian Raimo è insegnante, saggista, scrittore. Il suo ultimo libro, in collaborazione con Alessandro Coltré, si intitola Willy. Una storia di ragazzi (Rizzoli, 2023).

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