Gli esordi, lo Strega, la politica. E le molte volte in cui ha pensato di non avere talento, fino a quella corsa in ospedale. Una lunga chiacchierata con uno dei più importanti scrittori italiani, che ha appena compiuto 82 anni.
L’intervista che segue è la trascrittura di una chiacchierata di tre ore e mezza con Domenico Starnone, alla fine della quale ci siamo entrambi un po’ pentiti di averla fatta, o meglio di averla fatta così, registrando. Lui era più pentito di me, e prima di salutarmi mi ha detto: “Tre ore e mezza sono troppe, se penso che la devi sbobinare mi viene da piangere per te. Fai una cosa: inventala. Torna a casa e scrivi quello che vuoi, quello che ti ricordi”. Non sapeva – e non ci avevo pensato neanche io, in quel momento – che la nostra chiacchierata sarebbe stata sbobinata da un software, ma il consiglio di inventarla l’ho dovuto seguire comunque, per esigenze, diciamo, di abbellimento, e anche perché mi sono convinto che Domenico abbia detto cose che forse non ha detto mai, e che io però ci tengo molto a fargli dire.
Ha appena compiuto ottantadue anni. Alle età precedenti è stato professore, giornalista, sceneggiatore, principiante fortunato e nume intellettuale tutelare della scuola. Finché non ha scritto Via Gemito, con cui ha vinto il premio Strega nel 2001, edificando così un ponte fra più vite e più carriere, la più recente delle quali – quella dei “racconti bombardati”, come li chiama lui – è iniziata con Lacci, nel 2014.
Mi ha ricevuto nel suo studio, in cui è appeso il bel quadro di Dario Maglionico che fa da copertina a Scherzetto, uscito nel 2016. Durante una breve pausa, Domenico è andato a fare una telefonata e io ho passato il tempo fissando il quadro. Quando è rientrato mi ha chiesto “Ti piace?”. Ho risposto di sì e sono rimasto in attesa, certo che la sua fosse una domanda retorica, che quel “Ti piace?” anticipasse un “Allora devi sapere che”. Invece no. Si è seduto, ha detto “Anche a me” e abbiamo ripreso l’intervista. È che da lui mi aspetto sempre un disvelamento. E ogni volta che lo sento parlare, così come quando lo leggo, non capisco mai se questo modo peculiare di chiarificare la realtà – insieme ironico e grave, didattico e poetico – sia il frutto di quello che altrove ha definito “un tirocinio di esito incerto” (cioè la vita) o una predestinazione. In ogni caso l’esito è, come scriveva Baldassarre Castiglione, “una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò, che si fa e dice, venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi”. Quello a cui ambisce qualsiasi scrittore, insomma, e che Starnone stesso indica, alla fine dell’intervista, come la sua cosa preferita (almeno sulla pagina).
Vorrei partire dalle tue carriere, al plurale. Quante sono? Sei stato professore, giornalista, sceneggiatore… E anche da scrittore, sei stato tre scrittori diversi: quello dei libri sulla scuola, quello di Via Gemito e poi, più di recente, quello di Lacci, Confidenza, Scherzetto… Sono stati cambi volontari o naturali? Cosa è successo tra una carriera e l’altra?
Non ti voglio dire le solite cose, farò uno sforzo di ripensamento. Partendo dall’inizio. Da ragazzo volevo scrivere, e ho scritto anche molto, moltissimo. Possiamo collocare questa fase di grafomania fra i diciassette e i ventitré anni. Dopodiché, mi sono ritrovato con l’acqua alla gola. Nel senso che mi ero sposato, vivevo di lezioni private. Avevo urgenza di un lavoro vero, feci il punto della situazione e per prima cosa decisi che come scrittore non avevo sufficiente talento.
E hai messo da parte l’ambizione.
Scrivere non era propriamente un’ambizione, diciamo, lavorativa. L’idea di fare di mestiere lo scrittore non ce l’avevo, forse all’epoca – almeno nel mio ambiente – non era nemmeno possibile concepirla. Ti trovavi un lavoro e caso mai scrivevi. Quindi mollai con lo scrivere per sfiducia, perché mi prendeva gran parte del tempo, e andai a insegnare. Insegnare mi piacque al punto che il mio esordio da scrittore arrivò vent’anni dopo, e fu motivato proprio dal lavoro che facevo. Nel senso che a metà anni Ottanta lavoravo nella redazione de «il manifesto»…
Mentre insegnavi?
Sì, di mattina a scuola, al pomeriggio in redazione, e fino a notte a correggere compiti. A un certo punto, al giornale, mi chiesero di fare una cosetta settimanale sulla scuola, e io mi inventai, quasi senza volerlo, una sorta di finto diario scolastico a puntate.
Perché quasi senza volerlo?
Al giornale si aspettavano una rubrica politico-sindacale, e io stesso avevo in mente quello, ma, forse per stanchezza, per un allentamento dei freni inibitori, mi venne fuori un racconto. Era il 1985, avevo quarantadue anni.
Il tuo esordio quindi è la rubrica sul «manifesto».
Sì, quella fu la mia prima esperienza narrativa in pubblico. Ed ebbe subito successo. Un paio d’anni dopo, «il manifesto» e una rivista che si chiamava «Rosso Scuola» ne fecero un libro, Ex cattedra, con delle belle tavole di Staino. Il libro fu un piccolo caso editoriale e quindi scattò il solito congegno così riassumibile: “se questo tizio ha un po’ di pubblico, facciamogli scrivere un altro libro”. Però arrivarono solo proposte tipo: “scrivi un’altra cosa sulla scuola che faccia ridere”. Solo Feltrinelli disse: “scrivi quello che ti pare”. A quel punto riemerse la vocazione giovanile di narratore e provai a lasciarmi alle spalle il racconto d’ambientazione scolastica.
Ed è uscito Il salto con le aste.
Sì, nel 1989. Che però in principio, nella mia testa, si chiamava La lettera di Calvino.
“Non ti voglio dire le solite cose, farò uno sforzo di ripensamento. Partendo dall’inizio. Da ragazzo volevo scrivere, e ho scritto anche molto, moltissimo”.
Com’è andato?
Mah, inevitabilmente venne meno il successo di Ex cattedra. Il pubblico si aspettava che continuassi per quella strada, e invece il Salto con le aste prendeva la scuola solo di striscio e andava altrove. Ma rimase uno zoccolo duro di lettori che mi permise di fare altri libri, libri sempre più distanti dalle tematiche scolastiche. Non che non scrivessi più di scuola, l’ho fatto lungo tutti gli anni ’90 sui giornali. Avevo una rubrica su «Cuore», una sul «Corriere della Sera», e chi aveva nostalgia di Ex cattedra mi seguiva lì. Ma con i romanzi cercavo di andare da altre parti. Intanto, nel ’91, ecco che si presenta un giovane attore e mi chiede di scrivere per il teatro.
Chi era?
Silvio Orlando. Mi propose un monologo tratto da Ex cattedra, invece scrissi una commedia in cui si raccontava un consiglio di classe: Sottobanco. Funzionò, ed è un testo che dopo quasi trentacinque anni continua a fare il suo lavoro.
Il cinema è arrivato in quella fase?
Più o meno, sì. Il successo di Sottobanco fu dovuto a Silvio, ad Angela Finocchiaro, a tutti quelli che ci lavorarono, ma anche alla regia di Daniele Luchetti. Sempre Luchetti, nel 1995, diresse il film tratto dallo spettacolo: La scuola. La scuola ebbe un notevole successo. Non avevo mai scritto per il teatro e nemmeno avevo mai scritto film, ma in quella fase tutto pareva andare bene, cominciai a lavorare molto per il cinema.
Hai scritto anche Auguri professore, di Riccardo Milani.
Sì. Perché, hai visto Auguri professore?
Certo. “Allibisco”.
[Sorride.] Fu una fortuna il cinema. Mi liberò dall’ansia di perdere lettori. Scrivevo libri così come mi venivano in mente, e se andavano bene ero contento, se andavano male pazienza. Così scrivo cose come Segni d’oro, Eccesso di zelo, Denti, racconti sui quarantenni che avevo sotto gli occhi.
Tutto però in chiave ironica.
Sì, con quella tonalità. L’ironia si modifica, si attenua, ma resta.
E cosa si aggiunge?
Una cosa che finché scrivevo di scuola era rimasta in sottofondo: il bisogno di riesaminare la mia esperienza, di frugare nel passato in funzione del presente, la mia famiglia d’origine, l’infanzia e l’adolescenza. Ma quasi non ci faccio caso, perché intanto la vita è: scuola la mattina, redazione del «manifesto» nel pomeriggio – fino a quando non si chiudevano le pagine –, libri, articoli, sceneggiature… Una folla di cose che facevo per passione, per curiosità, perché me le chiedevano, perché era bello. Avevo l’impressione di partecipare molto intensamente, in svariate forme, ai vari mondi che attraversavo. Solo che a un certo punto comincio a non reggere.
E lasci la scuola.
Sì. Un colpo di testa, non riuscivo più a farla bene, mi sentivo in colpa. Solo che con l’addio a una trentina d’anni di insegnamento cominciò, per me, una vera e propria crisi. Mi sembrò che si fermasse tutto. Arrancavo, mi era passata la smania di mettermi di continuo alla prova. I miei libri avevano un pubblico, ma non quello di Ex cattedra. Così tornai a pensare che non dovevo scrivere più, proprio come a ventitré anni. Con la differenza che all’epoca, con moglie e un figlio in arrivo, avevo rinunciato anche in nome della sopravvivenza economica. Ora mollavo perché mi pareva che un’occasione mi fosse stata data senza che avessi combinato granché.
E la cosa ti causava frustrazione?
Be’, da ragazzo, dopo aver ammucchiato quaderni su quaderni, la rinuncia mi era sembrata comunque eroica, cioè una di quelle cose da giovane ventenne tutto d’un pezzo che scopre di non avere talento, dice “no, basta”, e va a tuffarsi nel mondo, dove casomai gli accadranno cose meravigliose. La seconda volta, invece, di anni ne avevo più di cinquanta, e il dialogo con me stesso è stato diverso. Mi sono detto: “ti sei messo alla prova ed è venuto fuori quello che avevi già capito: più di quello che hai fatto non puoi fare”. Sono stati anni brutti.
Poi cos’è successo?
Una mattina ero al telefono con… Anzi no, andiamo a un anno prima di quella mattina, novembre del ’98. Era morto mio padre, con cui avevo avuto un rapporto di forte dipendenza e di scontro tanto duro quanto muto e sordo. E anche quello mi aveva fatto sbandare. L’anno dopo, giugno del ‘99, io stavo, mi ricordo, al telefono con Sergio Rubini – parlavamo di un film – quando a un certo punto dico: “Sergio, scusa, non mi sento bene”. Attacco, ho un malore. Vado in ospedale e ci resto per dodici giorni: emorragia gastrica. Quando mi dimettono non mi reggo in piedi, dunque sono in ferie obbligate. Mi trasferisco al mare. Lì una mattina comincio a scrivere, tanto per passare il tempo, un piccolo episodio di quello che poi sarà Via Gemito.
Da quanto non scrivevi?
Quattro anni. Ma stavolta non mi fermo, e Via Gemito viene fuori a gran velocità, sebbene sia un racconto faticoso da organizzare e duro da scrivere. Quando lo finisco, mi sembra automaticamente di aver scritto il libro che covavo già a vent’anni, solo che era venuto fuori a cinquantasei. Ci avevo provato molte volte, naturalmente, ma non mi riusciva al modo giusto, non avevo gli strumenti adeguati, capisci?
Esce Via Gemito e che succede?
Che funziona immediatamente, a Napoli innanzitutto. A questo punto io – che venivo da un ambiente politico e culturale in cui andare a un premio era considerato un po’ sporcarsi, e infatti non ero mai andato a un premio – dico “voglio che questo libro si veda il più possibile, voglio andare allo Strega”. Perché pensavo che fosse l’unico libro vero che mi era stato dato in sorte di scrivere, e anche l’ultimo libro che avrei scritto, non mi pareva di avere altro da raccontare. Feltrinelli mi manda allo Strega. Amici, scrittori e non, mi dicevano “ma no, lascia perdere che finisci in un casino, ci vai per niente”.
Invece.
Invece va bene. Via Gemito aveva intorno una generosa benevolenza, critiche molto positive su tutti i giornali. E poi era scattato l’appoggio dei napoletani: Ajello, La Capria, Rosi…
Cos’ha cambiato lo Strega?
Mah, non era quello di oggi, che sembra l’Oscar. Era un premio letterario molto importante, ma pur sempre un premio. Eppure ha cambiato molto lo stesso, ed è seguita una nuova crisi. Avevo una mia identità – insegnante, «il manifesto», il cinema, le cose divertenti sulla scuola, – ma non una gavetta letteraria. Temo che ai più io sia sembrato sbucato dal nulla. E io stesso mi sentivo fuori luogo. Ricordo il titolo, mi pare, dell’«Unità»: “Dall’eskimo allo Strega”.
Questa contrapposizione fra l’eskimo e lo Strega oggi non verrebbe in mente a nessuno. Perché, così come è cambiato lo Strega, è cambiato anche tutto l’esoscheletro dello scrittore, a partire dalla centralità nel suo lavoro dell’impegno politico.
Quello non esiste più.
E cosa esiste, adesso?
Io vengo dalla guerra fredda, quando il mondo era diviso in due blocchi e sempre sull’orlo della guerra atomica. Chiunque avesse un qualche ruolo intellettuale era chiamato a dire da che parte stava. E un imperativo del genere mi è rimasto da qualche parte. Nell’89 avevo quarantasei anni, mi sentivo marxista-leopardiano, antistalinista e comunista nella più densa accezione di quella parola. C’erano ormai mille modi per stare dentro quelle etichette, e il bello del «manifesto» era il gran traffico di libri e di idee che si discutevano. Ma “essere impegnato”, di certo, non l’ho mai sentito come una cosa che avesse a che fare con la letteratura. A partire dai libri sulla scuola mi sono sempre fidato soltanto di dove mi sospingeva il racconto, e pazienza se divergeva dalle mie stesse opinioni. Chi scrive deve scrivere anche, forse soprattutto, contro se stesso.
Ma deve intervenire sulle cose o no? E se sì, deve intervenire sulle cose attraverso i libri e basta? O deve intervenire anche fuori dai libri? Insomma, quanto e come deve essere politico, uno scrittore, oggi?
Lo scrittore deve fare lo scrittore. Cioè, in parole povere, deve provare a dare forma al suo mondo. Scrivere quello che lentamente, negli anni, s’è andato precisando veramente come suo. Che attraverso quel mondo passi, poi, tutto il mondo – nel senso di fatti, misfatti, ideologie, letture, amicizie, urti, nemici, ostilità, percezione dell’ingiustizia, cambiamenti di tutti i tipi, tradizioni culturali che si impastano tra loro, sofferenze e gioie – quella è una cosa che riguarda i lettori. Fermo restando che la rete delle parole più cattura, meglio è. E se quella rete pesca pochino, i libri saranno inevitabilmente poveri.
Quindi lo scrittore interviene nei libri.
Interviene con tutti i mezzi che ha a disposizione in quanto cittadino che, tra l’altro, fa lo scrittore. Sicché quando scrivo “La politica di Meloni è pericolosa” non faccio letteratura, faccio il più degnamente possibile intervento politico. Anche quando dico una serie di cose pesanti e pesantissime sulle istituzioni letterarie, non faccio il letterato, intervengo politicamente. E propendo a dire, ma con cautela, che persino quando metto la mia abilità tecnica al servizio di temi fondamentali per la nostra vita pubblica oggi, non sto facendo letteratura ma mi servo di un uso specifico della lingua per sostenere cause che ritengo giuste. Su questo sono però meno categorico. La storia della letteratura ha da sempre testi dove l’energia delle parole, la forza dell’immaginazione, la ricchezza dei personaggi vanno ben oltre l’intenzione “politica” iniziale. Resta il fatto che sostenere cause giuste non è disgraziatamente di per sé garanzia di buona letteratura. Anche dal grembo delle posizioni più inique può venire buona letteratura.
Torniamo a Via Gemito. Cos’è successo dopo?
Ho pensato di aver esaurito le ragioni per scrivere. Volevo fare quel libro da ragazzo, ora l’avevo fatto, ero contento. Ma poi? Ho continuato, sì, ma con maggiore sforzo e con riscontri tiepidi. Sono nati libri come Labilità – ben cinque anni dopo Via Gemito – e Prima esecuzione. Li avevo in mente da tempo, li volevo scrivere, gli sono affezionato. E la Feltrinelli pareva contenta, non mi imponeva niente, non faceva pressioni di nessun genere. Il problema era che tendevo a dirmi: basta, non strafare, scrivere non è un lavoro.
Come ti sei trovato con Feltrinelli?
Benissimo.
Ci sei stato quasi vent’anni.
Diciassette. I libri venivano curati, venivano seguiti, le librerie li potenziavano.
Però?
Però a un certo punto, nel 2007, era da poco uscito Prima esecuzione, ho chiamato Carlo Feltrinelli e gli ho detto “Carlo, scrivere è diventato meccanico, ho bisogno di uno scossone”.
E sei passato a Einaudi. Come l’hanno presa?
Non bene, credo. Ma con disinvoltura. E da parte mia è rimasto molto affetto.
“Lo scrittore deve fare lo scrittore. Cioè, in parole povere, deve provare a dare forma al suo mondo. Scrivere quello che lentamente, negli anni, s’è andato precisando veramente come suo”.
E perché te ne sei andato? Cioè, lo immagino, ma…
Per le stesse ragioni che ti portano all’adulterio. Diciassette anni senza un intoppo. Scrivi, spedisci, lavori – la redattrice nel mio caso era una persona meravigliosa, Annalisa Agrati, sensibile, intelligente e colta –, il libro esce, si controllano le recensioni, l’andamento, poi nuovo libro, nuovo contratto… Così, per diciassette anni. Finché di colpo vai verso altro e non sai nemmeno tu perché.
Quello ad Annalisa Agrati, alla fine di Prima esecuzione, è l’unico ringraziamento che hai scritto nella tua carriera.
Si era ammalata, ho sentito l’urgenza di dimostrarle tutta la mia stima e la mia gratitudine. È stato un gran dolore.
Mi stupisce, comunque, che tu dica che scrivere era diventato meccanico. Prima esecuzione è un romanzo vivace, particolarissimo. Mi sembra un libro di uno scrittore ancora molto curioso.
[Sorride.] Christian Raimo una volta mi ha detto: “Sei uno che lavora contro se stesso”.
È vero?
Sì, in un certo senso sì, e tutto sommato mi pare utile. Ai tempi di Prima esecuzione non era la qualità della scrittura, a essere in peggioramento, ma il modo in cui la pensavo. Il Novecento aveva buttato per aria tutto. Progettare di tornare indietro era tanto stupido quanto vano, fare gli iconoclasti quando tutto da tempo era a pezzi anche. Mi pareva che si potesse lavorare solo con ciò che era rimasto in piedi, i generi per esempio. Ma mi venivano fuori racconti disastrati. Così sono passato a Einaudi con l’idea che se uno cambia panorama gli cambia anche l’umore.
E per salvare il desiderio di scrivere, verificare che fosse ancora vivo.
Sì. Ma come dici tu, vivo era vivo. Quindi con il cambio non è che viene fuori un nuovo me, ma solo l’impressione di un nuovo me, che però non è poco. Il passaggio genera una rinnovata voglia di fare. Scrivo Spavento e Autobiografia erotica di Aristide Gambìa.
Poi nel 2014 esce Lacci.
Lacci si rivela una sorpresa. Nasce intorno a quel libro un pubblico nuovo. E io sperimento una specie di terza fase che però nella sostanza, ai miei occhi, è sempre la stessa.
Qual è, secondo te, il fatto nuovo di Lacci?
È ancora una volta un racconto bombardato, pieno di voragini e rovine. Se tu ci pensi, Lacci è un libro di genere, un giallo. Ma realizzato per frammenti, a blocchi separati: un monologo; una crisi di coppia; un appartamento ridotto a pezzi; poi la soluzione finale. Queste cose le avevo già fatte in Prima esecuzione e storie più ampie. Lacci inaugura una fase di libri brevi, asciugati, butto via il più possibile.
Il professore protagonista di Prima esecuzione ha “la pretesa feroce e disperata di essere assolutamente buono”. Tu ce l’hai?
L’ho sentita molto da ragazzo e me la sono trascinata dietro per tutta la vita.
Ma che cos’è?
È lo sforzo di aderire a comportamenti che non facciano male agli altri. Quando facevo l’insegnante, la mia più grande paura era sviluppare pregiudizi negativi, non saper riconoscere le buone qualità, diventare ostile senza vere ragioni. Ma è stato così sempre. La conseguenza è che sono particolarmente gentile con le persone che mi pare di non saper mettere a fuoco.
Per non rischiare.
Per non rischiare. Ma, tornando alla bontà, l’aspirazione al bene si scontra di continuo con un mondo che sente il bene come una manifestazione di stupidità.
Chi è, la persona buona?
Quella che è in grado di tenere a freno i suoi peggiori istinti. E che è capace di capire le ragioni degli altri, anche quando i cattivi istinti si sfrenano. Insomma, le persone buone sono quelle che sanno governarsi.
Sempre in Prima esecuzione c’è questo dialogo sulla giustizia fra il professore e un suo ex alunno poi diventato poliziotto. Il professore sostiene che si deve pretendere giustizia, ci si deve arrabbiare per ottenerla. Il poliziotto dice che però “i crimini, se si guarda bene, sono il frutto di una grande arrabbiatura per un’ingiustizia”. Che quindi la rabbia dietro la sete di giustizia provoca spesso altre ingiustizie. Come si coniuga la voglia di giustizia con il desiderio di essere persone assolutamente buone? Forse, paradossalmente, sono due cose inconciliabili.
Il punto è la mediazione. Senza la mediazione ogni convivenza, a tutti i livelli, crolla. Sei disposto a mediare? Bene. Non sei disposto a mediare? Esplode in termini devastanti il conflitto. La ricerca del bene è mediazione. Il desiderio di giustizia è mediazione. Ma non mediazione posticcia, opportunistica, finta. La buona mediazione è quella che va alla radice dei problemi. A complicare i disastri del genere umano in cerca di giustizia intervengono le false conciliazioni.
In questo, giustizia e letteratura sono interscambiabili. La letteratura è un’altra cosa che ha problemi con la mediazione, visto che c’è da andare a fondo, da cercare la verità. Puoi essere assolutamente buono, se sei uno scrittore? O ti devi far bastare il desiderio di esserlo?
Qui dipende da che cosa significa essere assolutament