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Elena Stancanelli

“Stacy”: un sogno politicamente scorretto. Gipi in conversazione con Elena Stancanelli

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Il sesso, le fantasie, i social network, la censura, la paternità negata e quella imprevista grazie a una famiglia Rom. A partire dal suo ultimo libro, uno dei più grandi fumettisti italiani si racconta senza risparmiarsi.

“Al mondo esistono informazioni accessibili solo a chi ha raggiunto un certo livello di afflizione. Non sai cosa c’è laggiù se non ci sei mai stato”. 

Lo dice Alice Western al suo psichiatra in una delle tante sedute di cui si compone Stella Maris, l’ultimo romanzo di Cormac McCarthy. Torno spesso col pensiero su questo libro mentre mi occupo dell’ultima, bellissima graphic novel di Gipi, intitolata Stacy. Non per i temi; parlano di due cose molto diverse, ma in letteratura non sono mai i temi la cosa importante. È la capacità di guardare il mondo, la spregiudicatezza, l’intelligenza. Il gioco tra vittime e carnefici, la sua ambiguità, i mille risvolti.

Stacy si muove su diversi piani narrativi. In uno, quello della realtà, il protagonista, Gianni, è uno scrittore convertito alla sceneggiatura. Scrive serie tv con un gruppo di colleghi molto fighi – Lalla in particolare, considerata un genio – e gioca a tennis con la producer di Spina dorsale. Un giorno concede un’intervista al Post e, per rispondere a una domanda che avrebbe potuto evitare (qual è l’ultimo sogno che ha fatto?), dice qualcosa che lo precipita in un mare di guai. Racconta un sogno, che Gianni continua a descrivere all’intervistatore come molto realistico, in cui lui rapisce una ragazza di nome Stacy, allo scopo, probabilmente, di torturarla. 

Perché la ragazza si chiama Stacy?

Non ne ho la più pallida idea. Forse, dice Gianni all’intervistatore, dipende dal fatto che sto leggendo molte biografie di psicopatici e assassini seriali per documentarmi. Per il suo prossimo romanzo, chiede il giornalista. Sì, infatti. E subito dopo un disinvolto Gianni si lancia in una disquisizione sul male. Stiamo imboccando una strada pericolosa, dice, considerando gli esseri umani intrinsecamente buoni e attribuendo alla società tutta la responsabilità del male. 

Quando l’intervista viene pubblicata, la vita di Gianni va in pezzi. Non è tanto la violenza, o l’idea del male, le catene alle quale Stacy viene legata nello scantinato, il cloroformio con cui viene addormentata, ma una frase in particolare a farlo precipitare all’inferno. A una domanda dell’intervistatore sulla fisicità della ragazza, Gianni aveva risposto “Stacy è burrosa”.

Scatta inesorabile la condanna del tribunale della rete. Richieste di scuse, punizioni, retrocessione sul lavoro e tutto quello che sappiamo ormai avvenire quando a un personaggio pubblico viene attribuita una frase di cui pensiamo si debba pentire. 

“Fa sogni inquietanti? 

Ne esistono di altri tipi?” 

(Cormac McCarthy, Stella Maris)

Stacy è la creatura di un sogno. E questo rende ancora più evidente la follia dell’inquisizione. I sogni utilizzano un linguaggio simbolico, metaforico, rovesciato, eccentrico, grottesco. Sono accumuli, gorghi, oracoli, non c’è niente di letterale in loro. Anche l’arte si muove in maniera simile. Ma è evidente che ce lo stiamo dimenticando.

Avrei infatti potuto utilizzare un fumetto, un romanzo, un’opera d’arte qualsiasi. Ma così mi sembrava ancora più chiaro.

Stacy è disegnata in bianco e nero.

Volevo dare una sensazione di spiacevolezza. Il bianco e nero, meno accattivante del colore, ma anche le vignette senza bordi bianchi, senza ossigeno. Nella mia testa significa che non c’è aria, non respiri, soffochi quando leggi quella cosa. Per il piano narrativo della realtà (quello della vita degli sceneggiatori), ho scelto una gabbia a otto, senza spazio tra le vignette. Nei fumetti c’è sempre il bianco tra vignetta e vignetta, più bianco c’è più respiri, ti si rallenta il ritmo della lettura, hai una sensazione di ariosità. Qui li ho levati, perché volevo che il lettore soffocasse proprio leggendo la realtà.

In quelle pagine infatti c’è un senso di claustrofobia, e anche la sensazione che i personaggi stiamo sgomitando per entrare nell’inquadratura. 

È fatto apposta, a volte rischi anche di perderti i dialoghi, di saltar fuori dalla vignetta per andare a pigliare le parole da un’altra parte. Ma mi piace questa idea di rumore, se ci fai caso sono sempre rumorosi quei disegni lì, soprattutto le parti in città, o nel bar. Mentre invece nella parte malevola, quasi da diario di serial killer, ho usato un formato che è super arioso così che tu ti trovassi più a tuo agio leggendo i propositi di questo matto che forse ha rapito una ragazza. Il tuo organismo reagisce in maniera più positiva rispetto a quando leggi la vita di questi sceneggiatori tutti precisini e a modino.

“Qual è la vita interiore di un eidon? I suoi pensieri e i suoi interrogativi nascono con lui? È la mia creatura? O io la sua?”

(Cormac McCarthy, Stella Maris)

In quel piano narrativo malevolo, come dici tu, Gianni ha a che fare con un demone (che si rivolge a lui chiamandolo fratellino o papà) che abita nella sua casa (testa?) e che lo rimprovera della sua stupidità. Questo demone sarebbe saltato fuori, si sarebbe materializzato, in un’occasione specifica; dopo un’altra intervista in cui Gianni, sollecitato dall’intervistatore, si sarebbe lasciato andare a un racconto intimo e commovente sulla morte del padre. 

In passato mi ero convinto che andare in situazioni pubbliche e parlare di cose intime fosse giusto. Ho parlato dei miei lutti, dello stupro di mia sorella, della mia sterilità… La prima volta che ho parlato del fatto che sono sterile ero in un incontro a Perugia con Luca Sofri, e mi è proprio scappato. Mentre lo dicevo mi dicevo ma che stai dicendo! Ma finito l’incontro mi ha raggiunto una coppia, mi hanno ringraziato con le lacrime agli occhi dicendomi che erano incazzati che quell’argomento fosse un tabù, che la sterilità venisse trattata come una colpa. E questa storia si è ripetuta anche in altre occasioni. Mi sono detto sai che c’è, tanto a me non me ne frega un cazzo, se fa bene a qualcuno… ma in realtà non è così semplice. Adesso penso fosse una specie di escamotage per farmi voler bene e alla lunga questo comportamento ha prodotto cose brutte nella mia esistenza. 

Anche La mia vita disegnata male (LMVDM). È una cosa un po’ ruffiana, vogliatemi bene, sono tanto fragilino. Era questo l’atteggiamento che c’era in quel libro. Intendiamoci, non era il mio intento, non era “fatto apposta”, ma dopo anni ho pensato che quel libro aveva quel difetto. 

Non sarai un po’ troppo severo con te stesso?

Guarda, l’unica cosa che posso dire a mia discolpa è che tutto questo accadeva un bel po’ di tempo fa, LMVDM è del 2007. Essere una vittima non era ancora diventato un valore. Patologie e traumi non erano di moda, e soprattutto non erano ancora diventati tratti identitari, il modo per definirsi.

Gipi, autore di molti libri, alcuni film, ultimamente anche del videoclip per un pezzo di Manuel Agnelli, Severodonetsk, (girato in un campo nomadi romano) è stato il primo fumettista a entrare nella long list del Premio Strega, nel 2014, con unastoria. Il suo ultimo libro è Barbarone sul pianeta delle scimmie erotomani, primo volume di una trilogia a sfondo fantascientifico, pubblicato da Rulez. Per Stacy è tornato invece a Coconino, suo editore storico. Nella sua biografia c’è scritto che è il presidente del Real Zigan.

Ho passato un paio d’ore con lui e soltanto quando ho sbobinato l’intervista mi sono resa conto di quanto ho riso. Nonostante avessimo parlato solo di cose serie, continuavo a ridere. Per il modo in cui racconta, per la sua strampalata fisionomia da marionetta irrefrenabile, per la capacità di vedere il buffo in tutte le cose, anche le più tragiche. 

È un artista vero, Gipi: intelligente, severo con se stesso. Non si adagia mai su un luogo comune, una frase fatta, non si accomoda su posizioni condivise. Torna sui suoi passi per verificare di non essere stato superficiale, si giudica senza pietà. Di quello che gli è accaduto, e che ha ispirato le vicende del libro, alla fine dice: in qualche modo l’ho fatto anch’io. Questo è l’antefatto:

Un giorno ho fatto una striscia che mi faceva molto ridere e che mi fa ancora ridere e ancora ritengo inattaccabile. Prendeva in giro, secondo me in maniera innocente, lo slogan “Alle donne si deve credere sempre”, promosso da Non una di meno. Io sono fissato sullo stato di diritto, è l’unica cosa sulla quale mi sembra non si debba mai transigere. Quando sento un’affermazione, anche solo uno slogan, in conflitto con i principi dello stato diritto, io mi innervosisco. Anche se lo so che è solo uno slogan, e il suo compito è quello di essere suggestivo… però a me mi fa rodere il culo. Così quel giorno ho fatto quella striscia.

C’era questo Commissario Moderno, uno appunto modernissimo, sostenitore della purezza assoluta delle donne. E quindi della necessità di credere loro qualunque cosa dicano, perché comunque dicono il vero. Che tra le altre cose è un’affermazione molto offensiva per le donne. Ma lasciamo stare. L’appuntato gli porta davanti una ragazza con un occhio nero, Marta, e gli dice questa è Marta. Marta, dice l’appuntato, afferma che Andrea gli ha dato un cazzotto e le ha fatto un occhio nero. Il commissario Moderno grida che si prenda questo Andrea e lo si rinchiuda immediatamente, gli si infligga la pena più crudele e si butti via la chiave, perché se Marta ha detto che Andrea l’ha menata, Andrea l’ha menata, punto. Va bene, dice l’appuntato, infatti abbiamo preso anche Andrea. Benissimo, dice il Commissario Moderno, portatemelo. Andrea entra, ed è una ragazza, e ha un occhio nero anche lei.  

Mi fa tanto ridere. Dopo averla finita la guardo, la riguardo, la ricontrollo: sei sicuro che non c’è nulla che possa far pensare a altro? Non c’è nulla, non c’è lo stupro, non c’è il sesso, non ci sono neanche i maschi, se si escludono quelle figurine bidimensionali del Commissario e del suo fedele appuntato. Va bene. La faccio vedere a Chiara, mia moglie, lei la legge, ride e poi mi guarda e dice se la metti fuori ti massacrano. Io dico ma sei scema? È chiaramente una barzelletta, un paradosso che prende per il culo uno slogan! Ti massacrano, insiste lei. Abbiamo litigato. Non accetto la tua idea che il mondo sia popolato da persone stupide, che non riescono a capire una barzelletta. L’ho pubblicata. Sono stato massacrato.

Come sempre accade in questi casi mi hanno detto delle cose efferate, amico degli stupratori, dovrebbero stuprare tua moglie, stai facendo apologia dello stupro. Lo ripeto: non c’era sesso, non c’era stupro, non c’erano nemmeno uomini reali in quella striscia. 

Il problema non erano i commenti, ma gli attacchi più feroci sono arrivati da sinistra, da quella che consideravo la mia porta politica. Ma soprattutto da persone che conoscevo e che mi hanno pugnalato alle spalle.

Il giorno dopo ripubblicai solo il disegno del Commissario Moderno, fermo, immobile. E la gente se la prendeva con lui: ah, continui? Cosa vorresti dire? Un omino fatto a biro, fermo. Era una follia.

La cosa che più mi impressiona di questi attacchi è che una frase, una vignetta, un tweet – dei quali ovviamente si può discutere, possono essere contestati, detestati – diventino l’unica cosa che quella persona ha fatto nella vita. In quel momento non conta chi sei, cosa hai scritto, quale sia la tua posizione pubblica su quell’argomento, conta solo quell’unico gesto. Come se fosse stato partorito da un’entità sconosciuta, una partenogenesi artistica. Che l’abbia scritto tu, Hitler o Gandhi non fa alcuna differenza. 

Qualche tempo fa ho letto sul «New York Times» la storia di un professore cacciato dall’università perché aveva usato come intercalare una parola cinese che suona come nigger. Mi sarei aspettato che il giornalista sostenesse l’assurdità della cosa, e invece no. Non importa il contesto, diceva: quella parola non deve essere pronunciata, mai. Anche se significa un’altra cosa. Il suono stesso era proibito.

Come il professor Coleman Silk, de La macchia umana di Philip Roth che durante una lezione usa la parola spooks ‘fantasmi’ riferendosi a due studenti che non ha mai visto, perché sono sempre assenti. Ma la parola spook, se riferita a una persona di colore, è considerata un insulto. Ma lui non sa che quei due ragazzi sono neri, perché non li ha mai visti. Fatto è che sulla base di quell’episodio, accusato di razzismo, il professore viene allontanato dall’università. Il romanzo è uscito negli Stati Uniti nel 2000, è stato una specie di funesta profezia. Hanno chiesto anche a te di scusarti?

Certo, perché son preti scadenti! Ti ricordi quando Louis CK si fece una sega davanti a due colleghe? Lui scrisse una lettera di scuse. Dal giorno dopo quella lettera girava in rete tutta corretta, con la matita rossa e quella blu, con le indicazioni di come avrebbe dovuto scriverla. Non c’è possibilità di redenzione, da quella roba lì. Tu devi chiedere scusa, ma a differenza della Inquisizione dove ti torturavano perché tu ammettessi la tua colpa, questi non pensano che tu alla fine possa ascendere al regno dei cieli. Gli inquisitori erano più buoni, ti torturavano (secondo loro) per il tuo bene. Se ammetterai la colpa, la vicinanza al Demonio, Dio ti perdonerà e andrai in Paradiso. Questi piccoli khmer rossi non contemplano che il tuo ravvedimento possa portare a una qualche salvezza della tua anima. Non gli interessa.

“Negli animali la malattia mentale sembra non esistere. Secondo lei perché?

Non sono abbastanza intelligenti?”

(Cormac McCarthy, Stella Maris)

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Nell’autobiografia di Christopher Hitchens (Hitch 22), che io considero un testo sacro, Hitch racconta che lo scrittore Salman Rushdie, esasperato dalla fatwa, scrisse un racconto nel quale chiedeva scusa per i Versi Satanici. Ma di quel racconto, pubblicato poi in un volume, si vergognava così tanto che quando la gente gli chiedeva di autografarlo lo cancellava con un tratto di penna dall’indice. E poi sappiamo com’è andata a finire. 

Qualche giorno fa ho letto una cosa di una tipa che diceva che Bebe Vio era una privilegiata. Capisci? Prova a mangiare con la mano sinistra, ed è già parecchio complicato se non sei mancino. Ecco, ora togli anche la mano sinistra: come ti pare? Una privilegiata. Ma non ce l’hai qualcuno che ti dia una svegliata, che ti dica staccati da quel computer che ti stai friggendo il cervello?

Vedi, io sono uno che a 11 anni gli hanno violentato la sorella nel letto accanto. Non è che eravamo in un ascensore e uno gli ha fatto gomitino, alla mia sorella. T’assicuro non c’era modo di avere dubbi. Io avevo undici anni e quello psicopatico mi ha puntato una pistola in testa per abusare di mia sorella. (NdA: Qualcosa di questa storia lo ha raccontato in LMVDM). La mattina siamo andati dai carabinieri a denunciare, era il 1974, la mia sorella si è presa, sostanzialmente, della puttana, subito. Ora le cose sono un po’ meglio.

L’hanno mai preso?

Non per la nostra denuncia. Due settimane dopo entrò in casa di un’altra coppia dove c’era un bambino nella culla. Il marito, un rappresentante di commercio, era partito. Era in macchina sull’A1, di notte. Il marito ha avuto una specie di premonizione, ha fermato la macchina ed è tornato indietro. Lo psicopatico era entrato, aveva preso il neonato dalla culla, lo aveva messo per terra e gli aveva cagato addosso. Capisci? Poi era andato nell’altra stanza a violentare la moglie. Quando il marito è arrivato a casa e ce l’ha trovato, l’ha massacrato di botte. Capisci perché io sono ossessionato dal male, perché cerco ossessivamente di capire cosa c’è nella testa delle persone malvagie?

Quindi quando io ho dei dubbi, chiamo mia sorella, lei è il mio faro. L’ho chiamata quando è successo il fatto della striscia del Commissario Moderno e  lei mi ha detto che questi stronzi li avrebbe menati lei (e lei mena moltissimo). 

Ma facciamo finta che avessi torto, che mia sorella avesse torto, che avessi detto qualcosa di brutto, o di sbagliato, qual è l’utilità di scagliarsi contro una persona (per un pensiero, non per un gesto) con questa violenza? Io ho letto dei libri a fumetti così brutti che li battevo nel muro urlando, ma non ho mai scritto un post da nessuna parte per dire quanto fossero una merda. 

Ma questi attacchi si limitano a rimanere sui social o hanno conseguenze anche sulla vita reale?

Non so se hanno cambiato la mia vita, ma hanno cambiato me. In termini di collaborazioni posso dire che in un anno non mi è arrivata nessuna proposta, dalle copertine agli incontri pubblici. Ma può essere stato un caso. Una flessione del mercato o una fisiologica e inevitabile disaffezione verso il mio lavoro. Non me ne lamento. Anzi. Da una parte ero pure contento, perché non ho mai voglia di lavorare, però ero anche un po’ stupito. Comunque, degli insulti degli utenti senza nome nascosti dietro la tastiera non me ne frega, non è roba che fa male davvero, ma mi ha dato fastidio che alcuni miei colleghi che io ho sempre aiutato mi abbiano pugnalato alle spalle. Col tempo però mi sono accorto che avevo dei principi novecenteschi che consideravo condivisi e invece era roba “da vecchio”. Esempio: se un mio amico fa un lavoro brutto, moralmente, che mi fa girare il culo, io prima di scrivere un pezzo pubblico in cui dico che è una merda, lo chiamo e ci parlo, mi chiedo se forse mi è sfuggito qualcosa, perché il tuo libro per me è una merda, ma te ne parlo, mi confronto, ti avviso che farò un pezzo in cui dico che è una merda, perché ti meriti comunque un minimo di rispetto.

A me quella telefonata non è arrivata da nessuno. Persone che si sono allontanate, altre che ho allontanato io. Giornalisti che mi chiamavano e mi dicevano io vorrei difenderti ma ho paura. Ma come? Ma prima i giornalisti scrivevano contro i capimafia e te hai paura di questo? Se pensi che ci sia una necessità di una difesa pubblica e non lo fai, allora come fai poi a guardarti allo specchio.

“Qualche giorno fa ho letto una cosa di una tipa che diceva che Bebe Vio era una privilegiata. Capisci? Prova a mangiare con la mano sinistra, ed è già parecchio complicato se non sei mancino. Ecco, ora togli anche la mano sinistra: come ti pare? Una privilegiata”.

Poco fa hai detto: mi fa rabbia che qualcosa di simile l’ho fatto anche io. Cosa volevi dire?

Questo è il punto. Quando stavo su twitter e avevo i miei 100.000 follower, tutti erano molto contenti quando individuavo qualcuno da punire, il leghista del cazzo che faceva una dichiarazione sconveniente, o scriveva con gli errori di ortografia e quanto ridevano e quanto mi davano del genio e quanto ritwittavano! E questo mi portava notorietà e mi invitavano in televisione per parlare e rifare quelle cose… e ora ho tanta vergogna per quello che ho fatto.

Ci ho pensato tanto. Quando sei vittima di un attacco del genere che porta a un tale ribaltamento nel gradimento pubblico, raramente è per quella cosa lì, per quello che hai detto o scritto in quell’occasione, è sempre per un pregresso. Io credo di aver individuato qual era la mia colpa: in quel periodo, quando ancora giocavo coi social, dicevo sempre io non sono di sinistra sono di centro, oppure scrivevo mi piace questo nuovo Calenda (un momento di smarrimento unito al fatto che, oggettivamente, non ho mai capito un cazzo di politica). E poi ho cominciato a dire che ero un anti-comunista. In un incontro pubblico ho detto che il mio cuore era diviso a meta: antifascista e anticomunista. Io credo che non me l’abbiano perdonato. Io sono stato attaccato da destra, da quelli di CasaPound e da altri che mi promettevano grandi legnate, e me ne sono fregato perché ho pensato finché chiacchierano non ti menano. Ma questa roba è venuta tutta da sinistra. E ho pagato il non aderire completamente alla tribù

Daniele Rielli racconta che uno dei principali finanziatori di Facebook era un amico di René Girard (NdR: Peter Thiel, che di Girard è stato allievo) e ha capito che quello era il luogo ideale per applicare la teoria del desiderio mimetico ma anche quella del capro espiatorio. Perché è una riffa. Ti pescano e ti mangiano.

Sono così pervasi di capitalismo che per loro il posizionamento, l’ottenere uno spazio sociale giusto, travalica qualunque principio morale. Io sarò anche un boomer di merda, ma non ti rispetto se sei così. Io lo capisco che a 60 anni vieni messo (pure giustamente) da parte, che il mondo non lo capisci più, ma io questa cosa non ce la faccio a prenderla come una cosa moderna. Io penso che sono solo cose molto brutte. Il mondo in cui si pensa che nelle donne alberghi solo il bene, è un mondo pericoloso. Soprattutto per le donne. 

Stacy viene da lì. Ho addirittura buttato le prime 70 pagine perché erano troppo dure, c’era troppo rancore. Erano intrise del vecchio difetto, erano piene del me reale. Poi per fortuna la storia ha preso il sopravvento, i personaggi si sono presi lo spazio loro e io mi sono, fortunatamente, defilato.

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In Stacy ci sono situazioni vere, nomi veri? Lo sai che il ristorante L’isola del Pescatore di Santa Severa, che citi nel libro, è di proprietà del tizio che ha fatto uscire i nastri del sindaco che si scopava le amanti in ufficio?

Non lo sapevo e mi fa molto ridere, però che so Stacy è un libro pericoloso, una specie di profezia autoavverante. Ho fatto dei piccoli aggiustamenti, ma l’unica censura l’ho dichiarata: ho messo sopra il nome della casa di produzione una pecetta, un quadratino. Perché mi piaceva. Per me conta solo che in una storia una cosa sia ganza.

Credi che stiamo introiettando una specie di censura preventiva?

Io faccio tutto, comunque, anche se a volte ho un po’ paura. Ho paura di passare giornate di merda, niente di serio comunque. Ma il me stesso che scrive i libri è migliore di quell’altro, di quello che sono nella vita reale. Perché è completamente libero. Anche se prima ho paura e dopo ho paura, durante il disegno e la scrittura non ne ho. 

Da ragazzo pensavo che un giorno saremmo stati liberi di fare qualsiasi cosa: io tromberò con uomini, donne chi c’è c’è e non me ne fotterà più un cazzo. E scriveremo tutte le storie del mondo e non ci sarà una Democrazia Cristiana a romperci il cazzo, non ci sarà un Vaticano. E invece è la sinistra che si è assunta questo compito. Io non riesco a farci pace con questa cosa.

Che vuol dire che sei il Presidente del Real Zigan?

Che sono il presidente di una squadra di calcio, il Real Zigan! Ci alleniamo al circolo Il faro Cccp 1987 a Monteverde, e il nostro allenatore è Enrico Zanchini. È una squadra a cinque, di ragazzini zingari del campo Rom. Io li chiamo zingari e loro ridono, mi dicono tu sei più zingaro di noi, perché io sono sempre sudicio e loro sempre curatissimi. Li ho conosciuti nel periodo subito dopo la storia della striscia del Commissario Moderno. Stavo diventando brutto a livello spirituale, un vecchio incattivito col mondo, pieno di rancore e risentimento. Lavoravo, a fatica e col veleno in corpo. Sono ancora un po’ così, ma loro hanno occupato il mio tempo ed evitato che stessi lì a farmi troppe pippe.

Era luglio e sotto il sole, davanti al supermercato, c’era questa ragazzina incinta al nono mese. Io e Chiara le abbiamo fatto la spesa. All’inizio lei si vergognava e non metteva niente nel carrello, abbiamo dovuto insistere. Poi siamo andati a comprare il biberon per i neonati, le abbiamo dato dei soldi: un pacco dono. Ci ha detto che era una ragazza madre, che abitava a Laurentina alle case popolari e non ha voluto che la accompagnassimo. Chiara le ha detto lasciaci il numero così quando nasce la bimba se hai bisogno di qualcosa ci chiami. Ce l’hai la culla? No. Ce l’hai il passeggino? No. Ma non ho il telefono, non lo porto perché me lo rubano e il numero non me lo ricordo. Allora Chiara le ha dato un foglietto col suo numero di telefono.

La sera abbiamo aspettato questo whatsapp, ma non arrivava. Chiara ci era rimasta male. Io, da bravo razzista, ho pensato subito: vedi, sono bugiardi, non ti puoi fidare. Invece lei aveva scritto subito, quella sera stessa, ma sui messaggi normali, gli sms,  perché non aveva whatsapp. 

Ma ancora non sapevate che viveva nel campo Rom?

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Elena Stancanelli

Elena Stancanelli è scrittrice, giornalista, conduttrice radiofonica. Il suo ultimo libro è Il tuffatore (La Nave di Teseo, 2022).

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